LA SCOMPARSA DELL'ACQUA
tratto da L'Espresso di domenica 29 luglio 1990 (Anno XXXVI - N. 30)

In un albergo di una ridente città isolana è stato notato il seguente cartello: «La prima colazione è dalle sette alle nove, la doccia dalle otto alle dieci». Per tutto il resto della giornata non c'era un filo d'acqua. Il Grande Impero dei Megastadi e degli Acquafan non riesce a dissetare un quarto del suo territorio. Continueremo a vedere le processioni alle fontane, i camioncini della camorra che vendono acqua a peso d'oro, i Comuni che si rubano i pezzi di acquedotto e i campi irrigati con le sovvenzioni.
Basta guardare i nomi di chi dovrebbe salvarci: i ministri Mannino, Lattanzio e Pomicino, tre gerarcosauri vecchi quasi come la nostra rete idrica. I tre, riunitisi, hanno dichiarato che la colpa è della «particolare siccità italiana» (che come sapete, a differenza delle piovosissime siccità inglesi e francesi, è accompagnata da un'imprevedibile mancanza d'acqua). Ma la ragione principale di questa crepa nel Benessere italico è la Scomparsa dell'Acqua.
Eppure, se guardiamo la Pubblicità, notiamo che l'acqua la sommerge. È il trionfo dello scroscio, del rivolo e della gocciolina. Docce e cascate inzuppano modelle e modelli, tra corpi imperlati e tuffi in piscina. Tutto è fresco e gocciolante, frutta, culi e mozzarelle. E su tutto, precipita una valanga di ghiaccio al ralenti. Ma non si tratta, in questo caso, di banale acqua da bere, o da lavello. È acqua intesa come patina estetica, abbellimento, palingenesi, perlage e status symbol.
La Scomparsa dell'Acqua è ancor più evidente negli spot delle acque minerali, che non servono più a dissetare, ma a saltare con l'asta, a tenersi in forma, a «riempire i momenti speciali» e a fidanzarsi al richiamo d'amore "recoaro recoaro". Basta berne un sorso e appaiono palestre, barche da sedici metri e lussuose ville con piscina. L'organo preposto a queste acque non è il rene, ma la Guardia di Finanza.
In quanto alle bibite, ce n'è una con cui "bevi l'intelligenza", un'altra che ti fa "ripartire di slancio", per non parlare di quelle che ti proiettano in mondi di palme sintetiche e mulatte basculanti. Perciò guai a chi si presenta al bar chiedendo «qualcosa da bere». Gli verrà risposto: «Ci dispiace, signore, abbiamo qualcosa per ripartire di slancio, qualcosa di intelligente, qualcosa per liberare il tropicale che c'è in te, ma niente da bere».
Se poi chiedete un bicchier d'acqua vi verrà risposto con freddezza che ci sono solo reintegratori di sali minerali e idrossigenanti metabolici. Bere acqua è passato di moda, l'ultimo che la beveva era Lucio Battisti ed è giusto che lucani e liguri perdano questa vetusta abitudine.
In quanto all'igiene delle nostre acque, ci conforta il fatto che ormai il numero dei rilevatori di inquinamento è quasi pari a quello delle industrie inquinanti. Siamo in grado di individuare la minima traccia di atrazina nelle insalate lombarde, i vibrioni nei brodetti napoletani, il microbo del legionario nelle condutture emiliane e i pesticidi nei rubinetti toscani. Fotografiamo l'agonia nel nostro mare che affoga nel vomito delle diatomee, nei colibacilli e negli scarichi degli yachts delle casalinghe. Analizziamo campioni, perquisiamo cozze, cataloghiamo avvelenamenti con la stessa precisione masochistico-statistica con cui registriamo l'ennesimo trionfo piduista nei processi, i morti di mafia, le assoluzioni di Andreotti e le versioni su Ustica.
E ogni volta chiediamo un «sorso di acqua fresca di verità», e ci teniamo la sete. Siamo un paese che segnala la merda con grande rapidità, ma poi se la tiene.


Stefano Benni