È TORNATO IL MASCELLONE
tratto da L'Espresso di domenica 19 agosto 1990 (Anno XXXVI - N. 33)

Nella festosa cornice mondana di Villa Wanda, per l'occasione tornata agli antichi splendori, si è svolta la serata finale del "Mascellone d'oro", il premio che gli "Amici della Loggia" assegnano ogni anno alla personalità italiana che più si è distinta nel seguire le orme dell'indimenticabile mascella di Predappio. Il clima era eccitato per il vento di guerra che finalmente agita l'imbelle palude internazionale. Il padrone di casa Licio Gelli, per l'occasione in lamé, commentava gli avvenimenti con alcuni dei più noti armatori del mondo, tra cui spiccavano Vittorio Emanuele di Savoia, Gianni Agnelli e gli amministratori di Selenia, Breda e Oto Melara. Consolavano la Fincantieri disperata perché si trova sul gobbo otto navi da guerra irachene da riciclare per la pesca allo sgombro. Intanto la mondanità di regime assediava il ricco buffet ove spiccavano i krapfen quadrati di Armani e la mortadella con bolli di Krizia.
Nel reparto intellettuali Mughini, Funari, Sgarbi, Gervaso e le sorelle Carlucci commentavano l'ingiusta esclusione di Berlusconi dalla cinquina finale. «Queste ingiustizie in Parlamento non succederebbero», ha commentato severamente Ugo Intini. La Giuria era composta da Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie, Francesco Pazienza, il senatore Berselli e quattro signori incappucciati di cui due sicuramente americani perché portavano un cappuccio con disegni hawaiani.
Mentre i giurati si ritiravano nel bunker segreto, si scatenava l'asta per la ripresa televisiva del premio. La Rai offriva un miliardo e tre vicedirettori. Berlusconi offriva sei parlamentari socialisti. A sorpresa la spuntava la nuova pay-tv di Cecchi e Gori, la coppia che da anni taglieggia e massacra lo spettacolo italiano ben più di uno spot, senza che nessuno si sogni di protestargli contro. Perciò davanti alle telecamere cecchigoriche appariva Sandra Milo per scrivere sulla lavagna cancellata da Valentino la cinquina dei finalisti.
«All'ultimo posto», esordiva la Milo, «Bettino Craxi con sei voti. Motivazione: benché nel fisico, nello zelo nepotista e nella prepotenza verbale ricordi certamente Mussolini, è traviato dall'amicizia di alcuni vecchi socialisti. Spesso perde di vista la riscossa socialfascista mondiale per avventurarsi su un posto di sottosegretario a Monza. Deve ingoiare ancora molti rospi, se vuole diventare duce». Una bordata di fischi ha accolto questo annuncio. Per protesta Intini ha lasciato la sala e le sorelle Carlucci hanno lasciato i fidanzati.
Al quarto posto si è piazzato Armando Cossutta con dieci voti e la seguente motivazione: «Benché affezionato a una parte di storia stalinista sicuramente consona allo spirito del premio, e benché abbia rotto le scatole al Pci molto più di alcuni di noi, resta pur sempre legato a parole d'ordine inconciliabili con la sana mistica fascista». (Qualche mugugno di protesta, bestemmie in ucraino).
«Al terzo posto», ha proseguito la Milo, «con venti voti Umberto Bossi della Liga Lombarda. Pur ricordando il Duce in atteggiamenti quali la trombonaggine teatrale, il machismo da avanspettacolo e il razzismo, manca il "phisique du rôle" ed è odiato dai camerati di Arezzo, Reggio Calabria e Catania che tanto hanno fatto per la nostra causa». (Fischi e lancio di qualche luganiga isolata).

Al secondo posto con sessanta voti Pino Rauti. Motivazione: «Pur definendosi erede della tradizione fascista l'ha annacquata con inutili filosofismi, ha strizzato l'occhio a sinistra e anche se al momento delle sentenze sulle stragi è tornato a deliri hitleriani, è troppo fighetto e professionale per un fascismo che ora più che mai ha bisogno delle idee di kappler e Samtex». (Lancio di tartine e timers contro la giuria).
Ed ecco che, mentre nella sala scendeva un profondo e nostalgico silenzio, Gelli in persona ha annunciato: «Vince il Mascellone d'oro, con centosei voti, Giulio Andreotti. Per l'uso assolutamente privato del potere politico e dei servizi segreti, per il rituale disprezzo verso l'opinione pubblica e il Parlamento, per la capacità di occupare ore e ore il balcone televisivo, per aver coperto anni di strategia della tensione e avere unito nell'assoluzione bancarottieri del Nord e mafiosi del Sud».
Alcuni fischi si sono levati qua e là. Gelli ha subito letto il testo della nuova lapide proposta da Andreotti per la stazione di Bologna: «Qui ottantacinque turisti / morirono casualmente / per non aver osservato / la partenza intelligente».
Un boato di entusiasmo ha accolto questa geniale trovata. Andreotti ha sollevato in aria il premio, un busto mussoliniano di oro puro del peso di venti chili, ricavato da un'otturazione dentaria di Cirino Pomicino. In quell'attimo si è capito che, insieme alla guerra, era tornato il Duce che tutti aspettavano. Ha chiuso la serata un duetto tra Mietta e Mango e uno spettacolo di fuochi naturali offerto dalla Protezione Civile.


Stefano Benni