ALLA FINE DEL 1992
tratto da L'Espresso di domenica 9 dicembre 1990 (Anno XXXVI - N. 49)

Il primo ad andarsene fu Raul Gardini. Indignato per l’umiliazione subita in Italia, caricò i tremila umilianti miliardi su una barca a vela e partì per la Polinesia, dove impiantò una fabbrica chimica sotto un vulcano, così nessuno si poteva lamentare dei fumi. Poi se ne andò Agnelli. Il valore della Fiat era dimezzato in pochi mesi, aveva licenziato il licenziabile e si era accaparrato l’accaparrabile. Anche lui salì sulla barca e spari all’orizzonte. Sotto l’incubo della recessione molti industriali seguirono il loro esempio. Si svuotarono i depositi bancari e i porticcioli. Partirono anche gli imprenditori del Sud, massacrati dalla mafia. Una flotta di barche a vela, motoscafi, gommoni e kayak intasò le rotte mediterranee, e dopo un mese in Italia non c’era più un industriale.
Poi se ne andarono i giudici. Visto che fare giustizia era impossibile nel sud, qualunquistico nel nord e sovversivo con la Gladio, scioperarono. Ma il ministro Vassalli, insigne giurista, li sostituì precettando gli arbitri di calcio. I giudici se ne andarono in Colombia dove tirava aria migliore. Rimase solo Casson, che continuò impavido a convocare generali. Ma tra i generali scoppiò la sindrome di Turner. Questa malattia prendeva nome da un generale americano che, tutte le volte che sentiva la sigla “Cia” veniva colto da un attacco di diarrea e doveva alzarsi e andarsene. Dato che l’italiano è pieno di parole come «pancia, ciabatta e cialda», i generali iniziarono a scappare al gabinetto con ritmi da film muto. E poiché Casson non demordeva, fuggirono in Sudamerica dove il clima guarisce tutto.
Poi se ne andarono gli abitanti di Gela, Palermo, Reggio Calabria e Vimercate taglieggiati dalla mafia. Se ne andarono i senzatetto di Roma e gli extracomunitari presi a sassate, i licenziati della Olivetti e i cassaintegrati Fiat. Ma la recessione colpì anche le impoverite schiere dei Vip. Dopo una festa in casa Marzotto, a Cortina, in cui duemila Vip si erano letteralmente sbranati per duecento tartine alla margarina, i Vip emigrarono in Russia, dove diedero grandi milk-party a base di latte.
Ma il colpo mortale al paese venne dai calciatori. Uno alla volta, poiché nessuno li poteva più strapagare, lasciarono l’Italia. Maradona andò in Giappone dove lo clonarono e fecero una nazionale di undici maradonini, la più forte e rompiballe del mondo. Il Milan fu venduto in blocco da Berlusconi al Real Madrid e la Sampdoria fu comprata da uno sceicco arabo perché gli piacevano le maglie. A fine anno la nazionale italiana superstite era questa: Vicini, Brighenti, Agroppi, Biscardi, Cazzaniga, Maldini (papà), Altafini, Sivori, Parietti, Schillaci (la mamma), Donadoni (Walter, 8 anni).
Fu la fine: le frontiere sbragarono e un esercito di italiani in rotta invase il mondo. Invano Cossiga scrisse una lettera a ogni cittadino ricordando la grande lezione di Balbo, Pacciardi, Bartali e Sandokan (il presidente non era più molto lucido, ma si era comprato un computer con stampante). Invano la mafia si dichiarò pentita, poiché era rimasta disoccupata con chili di eroina invenduta nelle città deserte. Alla fine, con una colonna blindata di sessanta chilometri, tutti i mafiosi si trasferirono in Germania. La Lega Lombarda recintò la regione e resistette eroicamente fino all’ultima luganiga, dopodiché la carestia la obbligò a emigrare in Marocco.
Gli abitanti dell’Italia erano ormai pochi milioni, e si aggiravano in un paesaggio desolato e silenzioso, interrotto solo dalle esplosioni dei depositi Gladio che i cani affamati facevano saltare raspando tra le rovine. Se ne andò il Papa. Prese l’aereo dicendo «Mi fermerò un po’ più del solito». Quando si accorsero che s’era portato via i bermuda e la portantina, capirono che non sarebbe più tornato.

Alla fine del 1992 in Italia erano rimaste solo tremila persone. Allora ci fu un grande congresso della DC che si ricompattò intorno alla figura di Andreotti. Ochetto propose elezioni anticipate. Craxi disse che non era il momento per salti nel buio, ma poi cedette. Pesava ormai cinquantatré chili ed era così debole che le sue celebri pause duravano dodici minuti. Alla Rai deserta, era rimasto solo Bruno Vespa che si travestiva da annunciatrice, da metereologo, da ospite e leggeva interminabili telegiornali spiegando come la DC difendeva le istituzioni. Fu Bruno Vespa, collegandosi con uno specchio, a dare i risultati delle elezioni: tutti i partiti avevano avuto un voto a testa. «La DC e sempre la grande diga», dichiarò esultante Forlani. «L’opposizione è viva», disse Ochetto. Alla sera ci fu una tribuna politica molto accesa da piazza Navona, in quanto i cartoni accesi per scaldare i partecipanti diedero fuoco a tutto. Rai Uno comunicò trionfalmente che, con sedici spettatori, aveva avuto il cento per cento di audience. Andreotti formò il governo con Gava, Forlani, Edgardo Sogno e sedici topi. Cossiga litigò subito con i topi. Le istituzioni erano salve.


Stefano Benni