OMISSIS E DIMISSIS
tratto da L’Espresso di domenica 16 dicembre 1990 (Anno XXXVI - N. 50)

Aspettando con sereno scetticismo gli omissis e magari i dimissis, questa settimana non ci occuperemo di Gladio. Cossiga, Andreotti e Forlani si sono parlati addosso con tanta scomposta abbondanza che sarebbe un peccato aggiungere anche una sola nota a questa sinfonia di Regime. Nelle prossime settimane promettiamo un’autentica chicca in anteprima: il discorso natalizio che Cossiga terrà agli abitanti di Gladonia (ex Italia). Oggi, però, ci occuperemo del problema più pressante per la nostra democrazia, e cioè il miserevole stato del campo di San Siro. Ad alcuni esperti abbiamo chiesto un parere su come salvare questo patrimonio, che non appartiene solo a Baresi o Zenga, ma all’Italia intera.

Bruno Vespa

Sia chiaro che se qualcuno vuole approfittare del caso San Siro per impiantare un processo alla Dc, si sbaglia. Da quarant’anni la DC difende l’erba italiana. Ho visto personalmente l’onorevole Andreotti rimettere a posto con le sue mani uno zollone di terra, nei pressi di una chiesa. Il fatto che nello stesso punto, giorni fa, sia stato trovato un deposito Gladio, non dimostra un collegamento tra le due cose, e se c’è un collegamento, lo interrompe subito.

Francesco Alberoni

L’erba comincia sottoterra e finisce sopra. Se noi giocassimo a calcio sottoterra, non danneggeremmo l’erba sopra. Ma poiché giochiamo sopra, la danneggiamo. Basterebbe che invece di esibirci davanti a 50 mila spettatori, coltivassimo le nostre piccole virtù sotterranee. Un campionato pudico e ipogeo, nascosto al pubblico, con risultati segreti, ecco ciò che ci vorrebbe. Ma la modernità ci impone di apparire, di stare dalla parte dell’erba e non della radice. Perciò dobbiamo giocare, esibirci ossessivamente e inutilmente scrivere. Ma se è vero che l’inconscio è il tartufo dell’anima... (seguono altre 45 pagine).

Renato Altissimo

Ero a cena con alcuni esponenti comunisti quando sentii parlare di un complotto contro San Siro. Udii le frasi «faremo tabula rasa» e «a quelli lì gli spacchiamo le gambe». Sentii anche il sindaco Novelli parlare in albanese con un cubano, per trattare l’acquisto di centoventimila talpe. Io credo che se scaviamo sotto San Siro le troveremo, belle grasse. Sentii anche questa frase: «E dopo San Siro, la Pianura Padana e poi il Quirinale». Non so se ho sentito bene, però riferisco in quanto è l’unico modo perché qualcuno parli ancora di me.

Rita Levi Montalcini

Esiste (io credo) una predisposizione genetica delle superfici sferoludotrofiche (campi da calcio) a depauperarsi del patrimonio pilifero (perdere l’erba) sotto l’effetto di sollecitazioni meccaniche ambulocalcitranti (pedate). In una delle mie rare apparizioni televisive ebbi a citare i risultati di un mio esperimento: su una zolla (tre metri per tre) di erba sansirica feci camminare dapprima sei topi e poi sei mucche. I topi, pur agitandosi molto, non danneggiarono la zolla. Le mucche, pur muovendosi meno, la rovinarono riempiendola anche di agglomerati di un materiale biochimicamente misterioso. Studiando i cromosomi delle mucche, scoprimmo che contenevano un fattore X2 (fattore di trasferta) assai dissimile dal fattore IX dei topi. E’ questo cromosoma che (secondo me) danneggia l’erba di San Siro. Basterebbe fare l’analisi del sangue ai giocatori, escludere quelli con il fattore X2, e il campo migliorerebbe.

Adelio Masotti
(contadino, foraggiologo)

Io credo che se sopra l’erba ci metto un telo e poi mi sdraio sopra con mia moglie Amedea e poi ci diamo giù a sbattipanza come dei matti, con rispetto parlando quando ci alziamo l’erba è rovinata, e in più, le nostre zolle non le compra neanche nessuno.

Gufo Cordero di Montezemolo

Si è tanto parlato di un problema ridicolo come il disboscamento dell’Amazzonia. Ma in Amazzonia non si gioca a calcio, e allora a cosa serve il verde? La mia proposta è questa: chiudiamo gli stadi del mondiale e facciamone dei nuovi. Date diecimila miliardi a me e Matarrese e in due mesi rifacciamo tutto. Intanto si potrebbe giocare su superfici sintetiche, come il tartan o Sandra Milo. Oppure giocare al coperto al Palatrussardi di Milano con moquette firmata che poi venderemo al taglio. Gli stadi vecchi potrebbero essere usati così:
a) li vendiamo interi agli americani;
b) li usiamo per un grande progetto culturale, tipo un “Processo del lunedì” diretto da Ronconi;
c) li usiamo per chiuderci dentro i comunisti, specie i metalmeccanici. E’ un sogno che va prendendo sempre più piede nel paese di Gladonia. Perché, allora, vergognarsi a dirlo?


Stefano Benni