NONNO POLLO ALLA GUERRA
tratto da L’Espresso di domenica 10 marzo 1991 (Anno XXXVII - N. 10)

E quando tutti i pulcini furono seduti intorno al camino acceso, nonno Pollo cominciò a raccontare...
Eh sì, c’ero anch’io, ragazzi, nella Guerra del ‘91! Bei tempi quelli, le abbiamo date sode agli iracheni. Mi ricordo che partimmo in un milione. C’erano polli americani, galletti inglesi, gallinelle francesi, tacchini italiani. Ci portò un B 52. Io ero in stia con Jack, un pollo nero, ruspante, un duro scampato a mille brodi che divenne il mio migliore amico.
Alla base di Dhahran ci spiegarono il nostro compito: in caso di attacco chimico dovevamo respirare forte e morire per primi, così avremmo segnalato la presenza di gas ai nostri ragazzi. In campo nemico, era un lavoro che Saddam faceva fare ai curdi. Un lavoro duro, ma prezioso, come disse il presidente Bush in un messaggio televisivo dalla sua Jacuzzi. Il vecchio George era il più gran bigotto, ipocrita e guerrafondaio sulla faccia della terra. Qualsiasi cosa dicessero gli iracheni, per Bush la guerra continuava. Siccome Saddam era bugiardo come dodici Andreotti, il gioco era facile.
A Dhahran stavamo bene. C’erano i galletti inglesi un po’ snob e i polli della Legione straniera con le uova tatuate. Poi c’erano i polli italiani. Di questi, la metà non fu usata perché erano di Milano e non solo non avevano paura dei gas, ma li sniffavano. Gli italiani però schieravano il maggior contingente di Truppe Scrivaniate. Al fronte avevano dieci Tornado e quattro navi, ma a casa avevano un presidente che parlava come un sergente dei marines e trecentomila giornalisti ferocissimi, uno schieramento impressionante. Gelli pubblicò l’appello: «Iscriviti alla Pi due, è ora di far sul serio». Ebbe un grande rilancio. Che tempi!
Ricordo il primo attacco notturno. Ci caricarono su una pollomobile e via nel deserto. Improvvisamente ci fermammo perché Saddam aveva annunciato il ritiro dal Kuwait secondo la risoluzione Onu 660. «Ragazzi si torna a casa», dissi io. «Aspetta, aspetta», disse Jack che la sapeva lunga. Infatti poco dopo la Casa Bianca annunciò che Saddam doveva ritirarsi anche secondo la 678 e la 679. Saddam rispose da Radio Bagdad che accettava la 678 ma solo metà della 679, avverbi esclusi. Inoltre comunicava di aver vinto la guerra, la coppa Davis e di avere il controllo di tutta Chicago. Capii che la pace era lontana.
Quella sera guardammo la Crn (Chicken reunited network) dove un mostruoso Fitzwater dichiarò che anche se Saddam si ritirava secondo la 679, la mattina a messa Bush aveva già scritto la 680, la 81 e la 82. «Ma allora il mandato dell’Onu non conta più?», chiese l’operatore. «Se lei crede all’Onu», rispose Fitzwater, «allora è proprio un pollo».
Il giorno dopo trenta di noi vennero ambiguamente invitati a pranzo nella mensa dei marines. Io ero tra i sorteggiati, ma il vecchio Jack disse: «Vecchio mio, vado io al tuo posto. Tu hai famiglia, io non ho nessuno. E poi un vecchio pollo nero conta come un palestinese». Lo vidi andarsene cocorizzando un blues, buon vecchio Jack.
Quella sera uno Scud centrò in pieno la mensa. Corsi lì e trovai il vecchio Jack mezzo arrostito. In quel momento la radio trasmetteva un discorso di Bush che diceva: «Per noi la guerra continua». «Per noi no», disse il vecchio Jack, e spirò. Non potrò mai dimenticarlo. La notte stessa chiudemmo gli iracheni in una morsa, obliterammo divisioni, neutralizzammo truppe, ci sparammo addosso tra di noi, bombardammo Bagdad dove la cosa più alta rimasta in piedi erano i tombini.
Poi ci fu l’attacco finale nel deserto. Era una notte senza luna e procedevamo in fila. Per la paura, una gallina davanti a me mi sparò un uovo sul naso. Il capitano dei marines ci diceva: «Sentite niente? State bene? Provate per caso una leggera nausea?». Si preoccupava per noi, quel caro capitano. Ed ecco, davanti a noi le postazioni irachene.
Che paura! Cominciarono a uscirne dieci, venti, poi cento, sembrava l’uscita di galera dei mafiosi di Palermo. Uno, magro e baffuto come una volpe, mi balzò addosso e mi catturò. Stava già per addentarmi una coscia, quando vide i marines. Mi chiese scusa e mi spiegò che non mangiava da dieci giorni.
Gli iracheni si arresero a migliaia. Gli sguardi che ci lanciavano non li dimenticherò mai: ci rosolavano con gli occhi. Dopo, ne vidi tante. Vidi morti, migliaia di morti, e scoprii che alcuni avevano un certo valore, altri un valore minimo, proprio come polli. Rividi il prigioniero iracheno che mi disse: «Spiegami una cosa: se abbiamo vinto, com’è che io non me ne sono accorto?». Quando tornammo in patria, ci fu una gran cerimonia, e alla fine il presidente Bush disse «Dio benedica l’America, e lo faccia entro ventiquattro ore, o se ne pentirà». Scappai e rifiutai di farmi appuntare la medaglia sul petto. Feci bene. Poi mi dissero che, dietro a ogni medaglia, c’era uno spiedo.


Stefano Benni