Una razza in estinzione
Il bambino col pallone
(I parte)
tratto da linus - Anno XVII - n. 7 (196) luglio 1981


Egli fu a suo tempo uno dei padroni della città, non riempita da cemento e macchine, non ipnotizzata dalla televisione. Piazze, strade, giardini, portoni di chiesa risuonavano del suo rumore, il secco schiaffo del pallone di cuoio o il morbido bacio del pallone di plastica, che insieme rubarono migliaia di ore di sonno ai lavoratori. Nei pomeriggi di primavera o nelle sere di estate, chi non ha mai avuto il tetto della macchina percosso da una pallonata, o una vecchia nonna dribblata e lasciata dolorante al suolo, o un vetro rotto, o un'aiuola devastata, chi non ha visto sul cancello o sul portone della sua casa l'orrendo marchio rotondo di un pallone bagnato? Chi non ha conosciuto, insomma, il bambino col pallone, chi non lo ha visto percorrere la città, da solo o in branco, con cigolante rumore di mandria in scarpette da tennis, mentre avanzava con la fierezza di un conquistatore, facendo rimbalzare il pallone sulle vetrine e sulle macchine, scartando le signore eleganti, facendo passare la palla tra le gambe di signori austeri, per poi raggiungere la sua meta: il campo da gioco, il giardino, la piazza, la strada, il cortile ove consumare il suo rito.
Ahimè, i bambini col pallone sono una razza quasi estinta. Se dimostrano propensione al calcio, vengono avviati non già in strada o in parrocchia, ma nelle giovanili della squadra cittadina, e a quattordici anni hanno già la Porsche. I campi da gioco, si sono ristretti: non è raro incontrare gli ultimi esemplari di questa razza giocare negli ascensori due contro due, o su piccoli terrazzi pensili da dove il pallone precipita in strada fra urla di orrore, o riunirsi in venti a giocare una specie di calcio carambola in un garagino o giocare da soli, contro il muro, ripetendo a voce alta una delirante telecronaca. Oppure tutt'al più giocare in qualche giardino pubblico sotto l'occhio vigile di un vigile che impedisce il turpiloquio, gli atti osceni, le pallonate nei coglioni, tutto ciò insomma che rende bella la vita di un bambino con pallone.
In qualche paesino, in qualche remota contrada, ancora li possiamo vedere, ruspanti, schiantare le porte delle parrocchie e falciare coi piedi l'erba alta due metri in prati intonsi. Oggi, in città, essi sono sempre più tristi e rari, i campi sempre più piccoli, e Mazinga sempre più grande. Ma c'era un tempo che...

Epopea dei bambino con pallone: il campo da gioco
Campo da gioco poteva essere qualsiasi spazio superiore al metro quadrato. Si andava dal giardinetto pieno di fiori, alla strada, al vicolo, al vero prato. Il più frequentato era il giardinetto scosceso, con aiuole di oleandri e petunie, grossi sassi insidiosi, buche e salitine, dove potevano giocare dai 2 ai 40 elementi. Molto spesso in questo campo, esattamente in mezzo, c'era un grosso albero-centromediano, contro cui schiantarsi. Oppure si poteva avere l'ebbrezza di contendersi un pallone in un aiuola di petunie, zappando tutto intorno petali e zolle in una colorata eruzione. Si veniva fermati dal terzino avversario ma molto più spesso da uno scivolone sopra una lumaca, o una merda di cane, o si derapava sulla ghiaia con orribile rumore. Quasi tutti questi giardinetti avevano, come caratteristica comune, il fondo di ghiaino, cioè di piccoli sassolini appuntiti. Questo portava tre vantaggi: uno, era assolutamente da escludere che il pallone rimbalzasse in qualche modo normale, o previsto da una legge fisica: appena toccava terra rimbalzava in modo autonomo, di striscio, o altissimo, o si interrava: questo rendeva il gioco vivace e imprevedibile.
Due: era consentito, nel tirare in porta, sparare prima la famosa "zappata", cioè un calcio nella terra che bombardava il portiere di due chili di ghiaino in faccia e negli occhi, e poi batterlo con un tiro preciso. I più bravi tiravano anche zolle e sassi di un certo peso. Narrasi di un tale che segnò un rigore dopo aver accecato il portiere avversario con una talpa in mezzo agli occhi: ma qua parliamo di fuoriclasse.
Terzo vantaggio: cadendo sul ghiaino, non ci si rompevano le gambe: ci si produceva la famosa raspata, cioè una lunga scarnificazione della gamba, o del gomito, dal caratteristico aspetto puntiforme. I giocatori da giardinetto si riconoscevano appunto dalle "crostate", cioè i crostoni di quattro rape rispettivamente sui gomiti e sulle ginocchia, con cicatrici simili a crateri lunari.
Veniva chiamato pratone uno spazio terroso, quasi sempre alla periferia della città, di dimensioni notevoli. Malgrado il nome, pratone, questo campo non aveva erba: solo un minuscolo ciuffo sulla zona laterale destra che però veniva coperto con un bicchiere per preservarlo. Il fondo era un misto di terra, barattoli, amianto, funghi, stracci bagnati, preservativi, sassi, cocci, mattoni, insomma, tutto quello che poteva impedire a un terreno di essere liscio. Il pratone era inoltre in forte pendenza: per questo a metà partita bisognava cambiare campo. Perché non era raro il caso di pratoni come quello della Beverara in cui giocare in discesa era un grande vantaggio. Una delle porte era infatti situata a quota trecentoventi metri: si respirava una buona aria di collina. L'altra era trenta sotto il livello del mare, sempre coperta dalla nebbia. Chi giocava in discesa aveva un solo problema: toccare la palla, che di sua spontanea volontà prendeva la ruzzola e piombava nel campo avversario a velocità impressionanti. Chi giocava in salita aveva come problema quello di riuscire almeno a salire fino alla porta avversaria e vedere dov'era per regolarsi.
Un altro tipo di pratone era il pratone cosiddetto fetente, vicino a una discarica della spazzatura. Qua si giocava in una melassa di oggetti vivi e morti, e il problema principale era di colpire la palla e non i topi. I topi erano infatti numerosi e a volte si riunivano in squadre da undici e ci sfidavano. Il più bravo di loro, Attila, un bel topo grigio alto sul metro e quaranta, fece un provino per la Juventus ma fu scartato perché era facile fermarlo pestandogli la coda.
Un altro pratone famoso ai nostri tempi era quello sul Reno, detto la palude. Nove mesi all'anno questo campo era un mare di fango nerastro. Si giocava scivolando per metri e metri e si ritornava a casa argillati come statue greche. Poi, improvvisamente, in luglio il campo si solidificava acquistando una durezza incredibile, di diamante. Bastava cadere una volta sola su questo terreno e la frattura era assicurata. Perciò era molto difficile trovare qualcuno che facesse il portiere e si tuffasse. Tentava qualche coraggioso con un copertone intorno alla vita, o imbottito di maglioni come una guida tibetana; provavamo anche a spargere segatura e trucioli e sabbia vicino alla porta, ma tutto invano. Alla prima parata, si sentiva un crac d'ossa e bisognava cambiare portiere: fino a venti per partita. Una volta credemmo di risolvere il problema portando sui pratone due materassi. I portieri si addormentarono e la partita finì ventidue pari. Trovammo allora un pratone molto bello vicino a un cimitero. A ogni pallonata emergeva dal suolo un teschio, un reperto osseo, o qualcosa di simile. Una sera, sull'uno a uno, l'arbitro dovette sospendere la partita perché, dopo una mischia in area, era venuto alla luce lo scheletro di un mammut di duecento tonnellate. Il pratone fu dichiarato zona archeologica.
Ne trovammo subito uno nuovo esattamente al centro di uno snodo dell'autostrada. Era molto bello, ma tutte le volte che la palla usciva dal campo, bisognava riprenderla lanciandosi tra macchine e camion ai duecento all'ora. In due mesi perdemmo nove giocatori e causammo circa duecento incidenti, anche se eravamo molto popolari tra i camionisti, alcuni dei quali si fermavano per vederci giocare causando tamponamenti di otto-nove chilometri.
Espulsi anche da questo pratone, ne trovammo uno parrocchiale. Però il parroco pretendeva che giocassimo tutti vestiti da cresima, che dicessimo le preghiere prima di ogni tempo, che non bestemmiassimo e che, a ogni gol, ringraziassimo ad alta voce il cardinale, una cui effigie era montata sulla traversa. Tutto andò bene fino al settimo minuto, quando tale Marconcini, nativo di Rioveggio, di anni dieci, prese il palo, disse novanta bestemmie in apnea senza tirare il fiato, sputò per terra, e disse: "Almeno avessi tirato giù quella faccia di gufo del cardinale".
Fummo cacciati: ma trovammo un ottimo pratone vicino a una industria: si giocava benissimo: solo ogni tanto passava una nube di gas e ci copriva completamente di giallo, cominciavamo a vomitare e svenivamo. Dovevamo fare dieci tempi di nove minuti per andare più in là a respirare. Smettemmo quando notammo che al portiere che giocava più vicino all'industria era cresciuta una mano supplementare, e lui non lo voleva dire perché parava meglio.
Trovammo un campo comunale. Ma il custode non ci lasciò entrare. Chiedemmo perché. Non lo so, disse il custode, ma non è mai esistito un custode di campo comunale che dia a qualcuno il permesso di giocare. Compito del custode è di respingere, infastidito e incazzato, ogni richiesta in tal senso, e dire che non dipende da lui. Nessun custode sa perché, ma è sempre stato così.
Cambiammo ancora pratone: finché una sera, molti chilometri a est, ne trovammo uno molto bello, con erba soffice, pali robusti, alberi tutto intorno che impedivano al pallone di uscire. Un vero sogno. Ci apprestavamo a entrare, ma due robusti bambinoni ce lo impedirono. No, dissero, in fila con gli altri. Ci fecero girare dall'altra parte. Fin dove lo sguardo arrivava, nella campagna, c'era una fila ininterrotta di bambini, chilometri e chilometri di magliette rossoblù e verdi e gialle e bianconere che aspettavano il loro turno per usufruire del pratone. C'erano bimbi di Siena, di Campobasso, anche di Sassari. Mi ricordo anche che c'erano undici bambini eschimesi con magliette di pelo.
Tornammo tristemente in città. Giocammo nel cortile di Bravi, il meccanico, undici contro undici. Una porta era la porta del garage e l'altra era così composta: un palo la colonnina per gonfiare le gomme e l'altro il nonno di Bravi che dormiva su una sedia. Finì tre a due per gli altri, ma noi prendemmo un palo e due nonni. Meritavamo almeno il pareggio.

La strada
Questa era il campo principe, ove si formavano i veri bambini col pallone, i più coraggiosi, abili e astuti. Solo con queste doti si poteva infatti sopravvivere ai grandi pericoli di questo campo di gioco, e precisamente:

Il signore col cappello e il bastone
Era un signore di mezza età, con cappello e bastone, che camminava alla velocità di quattrocento metri all'ora e che aveva una irresistibile tendenza a trovarsi sulla traiettoria dei palloni più forti e tesi.
Bambini gracili che mai erano riusciti a tirare un pallone più in là di una ventina di metri, alla vista di questo signore sentivano una colata di energia vulcanica scendere dalle gambe ai piedi, e al volo sparavano fucilate di cinquanta metri che colpivano in faccia il signore in questione. Il quale, ripresosi, protestava con la solita frase "andate a giocare da un'altra parte", roteava il bastone, minacciava di chiamare il vigile, finché non la spuntava. Voltava l'angolo brontolando e veniva raggiunto in faccia da un nuovo pallone proiettile a centoventi chilometri all'ora. L'ultima cosa che vedeva prima di svenire era la faccia di un bimbo che gli diceva "è inutile che andiamo a giocare da un'altra parte se anche lei poi viene da quella parte".

Il lupo mangiapalloni
Questo essere spaventoso, che ogni bambino calciatore ha temuto nelle favole e nelle realtà, era all'aspetto esterno un lupacchiotto assolutamente innocuo, dall'aria giocosa e simpatica.
La trasformazione avveniva quando questo lupo sentiva nell'aria odore di gomma di pallone: in questo caso triplicava statura e ferocia, balzava tra i giocatori, e malgrado i calci e i pugni, con un solo colpo dell'apposito dentone sgonfiava il pallone, tornando poi scodinzolando dal suo padrone che sorridendo diceva "vuol solo giocare, è un cucciolo". Bugia! Sandokan, il più temibile lupo mangiapalloni del mio rione, aveva tredici anni e girava ancora con un fiocchetto azzurro al collo per poter passare per cucciolo e placare la sua inestinguibile sete di gomma. Si calcola che nella sua carriera abbia sgonfiato seimila palloni di plastica e quattrocento di cuoio. Morì saltando da un tetto, cercando di mordere al volo il pallone aerostatico della Goodyear. Ai suoi funerali, vedemmo piangere la cartolaia, quella che vendeva i palloni (ci dissero che erano amanti).

Il bambino piedestorto
Orribile pericolo per ogni gruppo di bambini calciatori, anche il bambino piedestorto non era riconoscibile a un esame esteriore. Era un bambino normale, magari un po' goffo, spesso occhialuto, con scarpe a punta inadatte al gioco.
La terribile maledizione del bambino piedestorto si rivelava non appena egli calciava il suo primo pallone. In ogni caso, quale che fosse la sua tecnica, la sua concentrazione, la sua posizione in campo, il pallone calciato da questo individuo finiva sempre:
A) dentro un giardino
B) sopra un tetto
C) conficcato su una rete di recinzione nell'unico spunzone rinvenibile in cinquanta metri di fil di ferro.
Nascere bambino piedestorto era la maledizione più terribile che potesse toccare a un bambino che voleva diventare calciatore. La voce della sua malattia si spargeva. Dopo aver sgonfiato palloni in tutte le strade e i rioni della città, veniva riconosciuto. A volte gli veniva dipinta la gamba di giallo, come marchio di infamia. Vagava ore e ore per strade periferiche, finché non trovava, in un cortiletto, due bimbe di tre anni che giocavano rotolandosi con le mani una palletta di gomma colorata. Si inseriva, diceva "posso fare un tiro" e la palletta schizzava su uno spigolo, rimbalzava su una grondaia, e finiva inservibile sul tetto. Le due bambine piangevano disperate, il piedestorto fuggiva pieno di vergogna.
II PARTE


Stefano Benni


Nota del WebMaster
UN «GRAZIE» PER QUESTO ARTICOLO VA A MATTEO BOCCALARI.