CINEFORUM
LAGGIÙ NEL NEAR WEST
tratto da di giovedì 11 luglio 2002

Laggiù nel Near West, nel cinquantaduesimo stato degli Usa chiamato Italia, l’unica legge sopravvissuta era quella del più forte. E laggiù nel Near West c’era la famigerata città di Mount Citory, dove spadroneggiava un piccolo boss megalomane, El Nano Silvio. El Nano era un ex-pianista di saloon, costruttore di ranch prefabbricati, riciclatore di pepite false, proprietario di tutti i telegrafi della zona. Era sfuggito a taglie, debiti e galere e ora, ricco sfondato, andava in giro con un sombrero a parabola, sette telecomandi nelle fondine e stivali con la zeppa. Ma anche se si dava tante arie, non era lui a comandare in quel paese. Più di tutti comandava il governatore Melamarcia Bush, petroliere, spacciatore d’armi e falsificatore di bilanci pentito. Poi c’erano i pistoleri globali della Cia e i loro potenti alleati, il Pi Two Klan, loggia di incappucciati che da anni terrorizzava i villaggi dei peones. E il potente Scrooge D’Amato, boss dei costruttori di ferrovie, degli allevatori di bestiame e degli evasori fiscali. Per tutti costoro El Nano Silvio era il folcloristico rappresentante, e quando c’erano da fare lavori sporchi, ci si rivolgeva a lui e alla sua maggioranza.
Come ogni sera, la banda del Nano si ritrovava in un saloon, un vecchio bordello democristiano rimodernato alla meglio, a cui avevano messo il nome di Las Reformas. Insieme a El Nano Silvio, che sfoggiava un sombrero gigantesco con pista ciclabile, c’era l’intero manipolo di ruffiani, aguadores, voltagabanas e indagati.
C’era “Smile” Fini, l’uomo che aveva massacrato gli apaches di Genova ordinando ai carabinieri di travestirsi con le piume di guerra, ma era stato smascherato da due errori. Uno, metà degli agenti si era travestito da gallina, due, sulle molotov finte fatte trovare nel covo apache c’era scritto: Amaro del Carabiniere. Al suo fianco erano schierati i fedeli Garcia Gasparri, Matafrocios Storace e Ignacio La Russa, un tempo temuti bounty-killer e ora attivissimi frau-killer, ovverossia ex cacciatori di taglie riciclati in cacciatori di poltrone.
Poi, con gran sventolare di bandane e fazzoletti verdi, entrò al Las Reformas la banda di Stoneball Bossi, proveniente dalla leggendaria Mesa Padana, dove sul Grand Canyon era stato messo il cartello segnaletico Gran Crepùn de l’Ostia. Stoneball buttò giù un doppio whisky con soda del Po e borbottò roco:
— E’ pieno di sporchi indiani qua intorno. Colpa di quei maledetti sudisti amici dei negri.
Il suo vice Mac Maroni non osò correggerlo.
Entrarono anche “Capestro” Castelli, guardaspalle del Nano e nemico giurato della legge, insieme a Dinamite Lunardi, che stava lavorando a un grande progetto: un ponte tra Messina e Brooklyn. Poi entrarono El Riciclado Pisanu, che aveva combattuto contro gli Incas, Stranamore Martino, lo stalliere Mark Dell’Utri e gli Useless Brothers, Baby Face Casini e Frankenstein Pera, le mascotte del gruppo.
Tutti attorniarono il capo che sembrava furibondo.
— Così non va, ragazzi — ringhiò El Nano — abbiamo dovuto sacrificare Al Scajola alla propaganda sioux-stalinista. Tra poco dovrò lasciare il mio interim preferito e nominare il nuovo ministro per i rapporti con le civiltà inferiori. Il governatore Bush ancora non mi ha comunicato il nome, ma giuro che il soprannome lo sceglierò io. In quanto a te, Mike Cichè, avevi promesso l’acqua nei canyon siciliani e non ce n’è una goccia. Tu, Blackhole Tremonti, tutte le volte che fai un conto apri delle voragini che in confronto il Gran Canyon è una buca da golf. In quanto a te, Joe Fighetto Urbani, dovevi vendere un miliardo di bisonti ai giapponesi e ancora non ho visto un dollaro. Avevo detto che i giudici dello Sme dovevano sparire e sono ancora lì. I burocrati di Washington ladrona delirano che il falso in bilancio è reato. Devo fare tutto da solo, nessuno mi dà una mano. Era meglio quando c’era D’Alema.
Un educato colpo di tosse segnalò che a un tavolo d’angolo c’erano Max D’Alema e Fix Fassino, che giocavano a domino e facevan finta di niente.
— Ma adesso basta — tuonò El Nano — qua la legge siamo noi, e dobbiamo combinare qualcosa di buono, anzi di perfido e malvagio, se no che legge del west è?
— Veramente una perfidia l’abbiamo fatta — disse Mac Maroni — seguendo le direttive di Scrooge d’Amato, ho fatto firmare il patto per l’Italia.
— Non mi convince — disse el Nano — i capi indiani Cisleros e gli Uillos hanno fumato la pipa della pace, ma le loro tribù sono in rivolta, e sono ancora in libertà gli apaches Cigiellos. Quelli sono pericolosi, antropofagi, irriducibili.
Proprio in quel momento si aprì la porta. Erano Piccola Pezza e Angeletto Spiumato, capi dei cisleros e degli uillos. Si inchinarono con imbarazzo.
— Abbiamo lavato i suoi cavalli — dissero — adesso possiamo andare?
— No — disse El Nano — adesso portateli a bere e poi dal truccatore.
— Ma veramente i patti erano diversi...
— Non conoscete Snake Marzano e il detto “viso pallido parla con lingua biforcuta”? Ma che indiani siete? Avete firmato e adesso obbedite, fuori dai coglioni — intimò El Nano Silvio — Insomma qua nel Near West c’è metà dei cittadini che ancora non rispetta la mia legge. E soprattutto, siamo sicuri che Lui sia sistemato?
A quel Lui un brivido percorse le schiene dei presenti. Uomini duri e avidi, che avevano affrontato processi e bancarotte, scontri in aula e code al buffet, avvisi di garanzia e duelli per una dirigenza, non riuscirono a nascondere un moto di paura. Anche quelli del Pi Two Klan, sotto il cappuccio, impallidirono.
— Lui è sistemato, isolato, circondato — disse Pegleg Previti — gli scateneremo contro tutti i cacciatori di taglie, le gazzette e le televisioni del paese. Dovrà emigrare nello Yukon.
Ma in quel momento un coyote ululò, un cavallo nitrì e si sentirono, in lontananza, le note di Casta Diva suonate da un’armonica a bocca. La porta si spalancò e il vento rovente della prateria scompigliò le carte sui tavoli. Sulla soglia, avvolto in un poncho indiano, il sigaro all’angolo della bocca, apparve Lui.
Chinatown Cofferati, l’apache cinturato, il meticcio sindacal-politico, il più wanted dei wanted , l’uomo che voleva seminare panico sciopero e distruzione nel tranquillo mondo fuorilegge del Near West.
Guardò tutti con aria beffarda. Sul poncho ostentava un badge di Lenin, uno della Callas e un osso, forse di industriale. Sul capo, un diadema di pennarelli rossi.
Con un gesto deciso, sollevò il poncho. Tutti balzarono all’indietro, poiché Chinatown Cofferati era una della pistole più veloci del West. Ma il bieco pellerossa non era armato: puntò un dito e gridò:
— Costituzione!
A quella vile e bassa provocazione, tutti arretrarono. Fini e Gasparri misero mano al revolver, Pera saltò sul lampadario, Bossi fece un gesto scaramantico torcendo le balle a Mac Maroni.
— Vigliacco sanguemisto! — disse El Nano — guai a te se pronunci ancora questa parola qua dentro!
E tutti si misero a sparare, ma il diabolico Cofferati, saltando qua e là come un cartoon, evitò i proiettili e sparì ghignando della prateria.
— Non una parola di quello che avete appena visto — disse cupo El Nano, versandosi due dita di whisky, vale a dire metà della sua altezza in alcool.
Tutti annuirono.
— Questo vale anche per voi due, nascosti dietro al piano — gridò El Nano.
— Non siamo nascosti, siamo defilati — disse la vocina di Fix Fassino.
— Non mi sembra un dramma — disse Max D’Alema.
— Ci vuole un piano, e subito — disse El Nano — allora, per prima cosa bisognerà che da qualche parte saltino fuori dei ragazzi a bruciare dei ranch e far fuori qualcuno, magari dipingendo su tutto la stella delle Bierre, ancora meglio se lasciano tessere della Cgil sul posto.
— Sarà fatto — disse un incappucciato, lo sciamano Castelli , che osservando il volo dei puma ha già previsto guai nel Northeast.
— Benissimo. Poi telegrafate al governatore Bush che abbiamo bisogno di una guerra ad alto livello per questo autunno.
— Già in preventivo — disse un altro incappucciato.
— E in quanto alla stampa, giù botte sul maledetto meticcio, e guai a chi dà troppa pubblicità agli scioperi, esclusi quelli dei trasporti. E per finire...
— E per finire? — fecero eco i presenti.
— Per finire brindiamo, aguardiente per tutti, paga il contribuente.
E tutti si precipitarono al bancone dove erano stati allestiti a tempo record uno stand per le autorità, un premio al Regime giornalistico, un Telecoyote e un raduno Vip. La festa si scatenò e il clima si rilassò. Ma accadde l’imponderabile. Si aprì la porta del saloon ed entrò un mezzosangue, per metà pellerossa e per metà coreano, con nonna marxista e nonno arbitro dell’Ecuador.
— Scusate — disse cortesemente — qualcuno ha posteggiato il suo cavallo davanti alla mia Porsche e non riesco a uscire.
Scoppiò una regolare rissa western, durante la quale Frattini, Montezemolo, Benetton, Borghezio e tutti quelli che volevano fare il ministro degli esteri si spararono addosso. Poi, per divertirsi un po’, la banda uscì per strada sparando all’impazzata, furono catturati e rispediti a Nuova Delhi centocinquanta indiani Pellerossa di varie tribù. Da una strada laterale uscì un gruppo di Apaches Cigiellos scioperanti, e una decina di red collars, i terribili preti-predicatori rossi. Per ultimo un giudice schedato. Volarono pallottole e premolari.
In quel momento uscì dal suo ufficio lo sceriffo Karl Azelius Ciampi, in bombetta, con consorte al fianco. Sorrise a un cavallo, scavalcò un acciaccato esanime, schivò una freccia e nella baraonda sussurrò:
— Questo paese non è mai stato così unito.
E si dileguò. Tutto intorno, i coyote ululavano, come ululeranno ogni notte.


Stefano Benni