LETTERA
LE MIE DIMISSIONI
tratto da il manifesto di domenica 11 maggio 2003

Dal cavalier Berlusconi riceviamo e pubblichiamo:

Gentile direttore, le scrivo in circostanze a dir poco drammatiche, non per il paese, di cui non mi frega nulla, ma per la mia persona e i miei affari.
Sono in preda a crisi di persecuzione, isteria, vittimismo, sete di vendetta e onnipotenza frustrata. Sono esaurito, stressato, ho perso sei chili, per fortuna cinque erano di cerone. Il regime si accanisce contro di me, pensi che per andare in Rai devo avvertire tre ore prima mentre Ceausescu aveva lo studio televisivo in casa. Urlo, strepito, scaìno e insulto in ogni luogo, dagli spogliatoi calcistici alle aule di tribunali. Non sarei in grado di guidare una Panda e devo guidare l’Italia e l’Europa. Eppure resto al mio posto. Ma c’è un perché.
Le dico subito direttore che ci sono tre casi nei quali, in ogni paese democratico, un premier deve dimettersi all’istante, anche se ha il novanta per cento dei suffragi (e io non ho più neanche il cinquantuno).
Uno: quando il premier è plurinquisito e il suo avvocato principe, braccio destro, portaborse ungitore è stato condannato, anche se in primo grado. Fortunatamente questo fa parte del senso di dignità, che io mi son fatto togliere insieme a un premolare.
Due: quando un premier non è più in grado di assicurare la convivenza civile nel suo paese, condizione che travalica ogni maggioranza e mandato elettorale ed è fondamento di ogni legalità e democrazia, e in questo io ho già abbondantemente fallito.
Tre: quando manca l’equilibrio mentale e tricologico necessario.
Riguardo al primo problema, con l’immunità parlamentare cancelleremo ogni sospetto e persecuzione.
Il golpe delle toghe rosse non si ripeterà, certi tempi non torneranno. Tutti si ricordano quando a Milano dovevi presentarti negli uffici con un assegno in bocca per ottenere qualcosa.
Guardi la bocca di Previti e Dell’Utri e capirà quanto hanno dovuto soffrire, tenga lei dodici libretti di assegni tra i denti. Riguardo alla convivenza civile, chi se ne frega? Io non voglio convivere con una marmaglia che non merita la cittadinanza italiana. Parlo dei giudici politicizzati, dei comunisti, dei giornalisti diffamatori, delle massaie coopdipendenti, di quelli che leggono l’Economist, dei sostenitori papalini, dei pacifisti con le bandiere insanguinate, dei sindacalisti brigatisti, degli sterili e numericamente esigui milioni di manifestanti. La società civile è troppo complicata, un’azienda che funziona non può avere troppi azionisti. Alla società civile io preferisco la società segreta. Se fosse per me, la Statua della libertà dovrebbe avere il cappuccio. L’ho detto a Bush e lui mi ha risposto sottovoce che era d’accordo, ma non si può fare per ragioni estetiche. Comunque per me la convivenza civile si riassume in una frase: tu compri, io vendo e tutto va bene.
Basta con le ingiurie. Non sono aggressivo né vittimista né isterico né megalomane né intollerante né vendicativo né paranoico, ogni giorno passo ore al telefono minacciando oppure lamentandomi con tutti, e mordo le unghie di mio fratello pensando che uno statista di valore mondiale come me deve lottare contro le fastidiose opinioni altrui, ma la pagheranno cara perché c’è un regime contro di me e so benissimo che Prodi è esperto di voodoo, ogni notte resuscita le mortadelle. Pur perseguitato mantengo uno stile invidiabile e un sano rispetto delle istituzioni. Se poi qualche miserabile ignorante giornalista inglese o qualche giudice che si ispira a una costituzione sovietica aizzato da una magistratura giacobina e da una stampa molotovista mi attacca io democraticamente rispondo. Tre anni di galera a chi scrive il contrario. Non ho niente contro i pacifisti, ma se mi fanno calare nei sondaggi e sfilano contro il mio amico Bush, si ricordino cos’è successo a Genova, e sappiano che da oggi si può sparare ai manifestanti in via preventiva. E se Ancelotti non sostituisce Costacurta con Serginho e io faccio zero a zero con quel comunista fottuto di Moratti, non ho il diritto di entrare nello spogliatoio e far casino, visto che è roba mia? E se qualcuno mi contesta in tribunale e la Rai e Mediaset amplificano l’episodio con le loro troupe prezzolate, non ho diritto di incazzarmi, visto che è roba mia? Io comunque mi inchino alla sovranità dell’informazione, e cioè a Me.
Questa è la prima parte, direttore, ma adesso viene il bello. Io posso fare tutto questo e anche di più perché mi sono dimesso. Ho fatto quello che l’opposizione avrebbe dovuto fare da tempo: ho chiesto le mie dimissioni e le ho accettate. Non sono più il premier degli italiani, ma un tirannello bugiardo, astioso e inferocito che se ne frega di democrazia, costituzione e regole. Non sono ciò per cui si è votato, ho inventato un nuovo ruolo politico, il neuropremier. Tutti lo sanno e abbozzano, da Ciampi a Fassino. Ho dovuto dimettermi perché la mia incapacità di governare è evidente, il conflitto tra i miei interessi e quelli del paese è quotidiano, il rifiuto di rappresentare tutti è ribadito, la mia incapacità alla democrazia è cronica ed esibita. Se dovessi rispettare le regole della lealtà politica dovrei dire: sono proprio io che ho diffamato il ruolo di presidente del consiglio e me ne devo andare, come in ogni democrazia, senza vittimismi e ricatti.
Invece resto e faccio tutto quello che mi pare da dimissionario: è più facile e comodo. E la sinistra istituzionale me lo permette. Avete mai sentito da loro la parola «dimissioni»? Avete visto come sono cauti su piazze e referendum? Da quanto non li sentite più parlare del conflitto di interessi e della pidue? Fan finta di niente. Aspettano nuove elezioni, un nuovo governo di destra o di sinistra, la possibilità di qualche inciucio, la provvidenza, qualche posto di ministro, che ne so. E questo mi rende ancora più furioso. Io, la bandiera dell’anticomunismo, mi sono dovuto dimettere da solo, senza la gioia di essere sfidato dall’opposizione. Dimettersi da se stessi è un atto disturbante e mi ha reso nervoso. E sarò sempre più nervoso e vendicativo, e manderò questo paese in malora, perché non sono riuscito non dico a unirlo, ma neanche a governarlo: macché riforme e gran lavoro, ho perso più tempo per salvare Cesarone e ingoiare la Rai e far regali a Bossi che per occuparmi di scuole lavoro e ospedali, ho tradito lo spirito democratico di ogni elezione, e allora tanto vale spaccare tutto, ma quale Milano capitale o Roma capitale, il mio sogno è Genova, tutta l’Italia in mano al battaglione Tuscania e ai reduci della Somalia.
Pubblichi la lettera, se non vuole che le mandi gli ispettori, e i miei non sono quelli dell’Onu. Sostituisca Vauro con Maldini, venda le mie videocassette invece di quelle musiche da extracomunitari, smetta di attaccarmi e si tagli quella barba da talebano. E se lei sostiene ancora una volta che io voglio spaccare il paese in due, si sbaglia, voglio spaccarlo almeno in quindici pezzi, così quando li rivendo ci guadagno di più. E adesso mi scusi ma devo andare a fare le sole due cose che mi danno ancora gioia: regalare orologi a Bush e farmi nutellare la testa. Sono un grande statista, un grande stilista, un grande allenatore, sono unto da Dio, sono il re degli affari, sono un gran figo, sono il Bush del Mediterraneo e il Saddam della cristianità, sono un uomo senza coda, sono una pagoda, sono il re dei vittimisti, sono l’unico al mondo che vive in un paese con due regimi. Ma non sono più il premier di tutti gli italiani, rappresento solo me stesso.
Distruggerò questo paese che non ha saputo amarmi al cento per cento. Apparirò in televisione ogni giorno. Modificherò la costituzione sovietica sostituendola con la mia biografia. Non chiamatemi più premier. Chiamatemi Vendicatore Nero! Ceausescu, Bokassa, Amin Dada, Nixon, Peron, Leone, Cossiga, e tu D’Alema, non finirò come voi, andrò fino in fondo. Aaaargh! Adesso che mi sono sfogato sto meglio, ma sento che sta per arrivare una nuova crisi. In televisione c’è Topo Gigio, sento che mi sta diffamando. Pubblichi questa lettera senza cambiare una virgola, odio le virgole, pendono tutte a sinistra. Aaaargh!
Scusi lo scatto, torno al mio solito inimitabile stile. Allego alla lettera un regalo: un orologio d’oro a cucù. Farà un figurone nella sua cella.
Cordiali saluti,
il neuropremier Silvio Berlusconi


Stefano Benni