BUSH
MISSIONE TACCHINO
tratto da il manifesto di mercoledì 3 dicembre 2003

Mi chiamo Bush e sono un duro. Dicono che faccio il duro perché sotto sotto sono un codardo paranoico, ma stavolta li ho fregati.
Come tutti sapete, ho vinto e stravinto la guerra in Iraq; ma qualcuno insisteva a dire che la guerra non era finita, che morivano ancora decine di soldati americani e alleati, e che non ci avevano affatto accolto come dei liberatori.
Propaganda comunista, disfattismo pacifista e provocazione pellerossa, ho pensato.
Allora il giorno del Ringraziamento ho preso l’Air Force One, il mio aereo personale e sono andato a controllare la situazione. All’aeroporto di Baghdad avevo già avvertito i miei generali: non fatemi vedere bare di soldati che portano sfortuna. Sulla pista infatti c’erano cento bambini iracheni che mi salutavano sventolando bandierine a stelle e strisce.
Ne ho avvicinato uno e gli ho chiesto:
— Come ti chiami, piccolo mussulmano filoamericano?
— Veramente mi chiamo Jerry e sono un nano di Chicago — ha balbettato quello.
L’ho fatto sbattere a Guantanamo, insieme a tutta la troupe di comparse.
Poi mi sono fatto portare alla base Usa sull’auto blindata Ground Force One. Tutto era tranquillo come a un party, i soldati mi hanno accolto con un applauso scrosciante e ammirato. Ero elegantissimo: avevo il giubbotto mimetico da generale, la t-shirt dei marines e gli anfibi nuovi che mi ha regalato Berlusconi, ancora freschi di saliva.
C’era ad attendermi il generale Sanchez.
Gli ho stritolato la mano e ho chiesto: allora tutto bene questo mese?
— Veramente ci sono stati più di duecento caduti — ha risposto Sanchez.
— Cazzo, date meno cera ai pavimenti — ho detto io.
Il generale Sanchez ha dato l’ordine di ridere. Vedete, un presidente deve saper dire battute e sdrammatizzare. E poi a me le perdite non piacciono, io sono un vincente.
Sono entrato nella sala mensa col mio passo fiero e emorroidale, a gambe larghe, tra John Wayne e un pitbull.
E in mezzo alla sala c’era Bin.
Un tacchino iracheno di trenta chili, enorme, spaventoso.
Nessuno aveva ancora trovato il coraggio di affrontarlo e fare le porzioni.
— Stia attento — dice Sanchez — lo abbiamo tenuto in forno per sei ore, ma con questi iracheni non si sa mai.
Ma io sono il presidente e non ho paura di niente. Mi sono avvicinato a Bin e ho estratto Blade Turkey One, il coltellaccio presidenziale.
Nei miei occhi sono passati i momenti storici della storia americana e della mia vita: Little Big Horn, Pearl Harbour, Jack Daniels, il Vietnam, le mie evasioni fiscali, le truffe elettorali...
Ho lanciato un urlo di guerra terribile e...
Ho fatto a pezzi Bin. Cosce di qua, ali di là, e il ripieno di castagne e napalm che riempiva tutto il tavolo.
Tutti applaudivano e tiravano petardi in segno di giubilo.
Poi mi hanno detto che non sparavano petardi, ma stavano ammazzando gli spagnoli.
— Che cazzo ci fanno gli spagnoli qui? — ho chiesto.
— Sono nostri alleati — mi ha detto il generale Sanchez.
— Ah già, ora ricordo — ho detto io — beh insegnate loro la frase con cui la nostra terza guerra mondiale passerà alla storia: al posto di «Stanno ammazzando i nostri soldati e non sappiamo più cosa fare» bisogna dire «Non ci lasceremo intimidire».
Mentre parlavo con Sanchez, hanno portato dentro sei o sette feriti pieni di sangue.
— Proprio adesso che stiamo mangiando? — ho protestato io.
A quel punto bisognava tirar su il morale dei soldati. Beh, non ci crederete ma in meno di mezz’ora io e lo Stato maggiore abbiamo mangiato tutto il tacchino Bin, comprese le patate bollenti. Due generali sono rimasti ustionati alla lingua.
Non dite che non abbiamo coraggio da vendere.
Poi abbiamo ruttato e pisciato in gruppo, come si usa nel Texas, e mi hanno detto che dovevo parlare alle truppe. Democraticamente sono sceso tra i marines. C’era un soldato nero, un po’ grasso, con la faccia da Annan. Gli ho chiesto:
— Cosa pensi soldato, di questa guerra?
— Penso che il mio paese sia guidato da uno degli uomini più stupidi, arroganti e paranoici della storia dell’umanità — ha detto il nero.
Ho stabilito che da oggi durante le parate militari dovrà essere seguito il metodo della Tivù italiana cattaneonunziatista: i soldati potranno parlare ai superiori solo con una cassetta registrata e approvata dagli alti comandi.
Era ora di tornare a casa.
Ho bevuto trentatré Amarines, l’amaro del marines, e sono risalito barcollando sull’Air Force One. Salve di fucilate festanti accoglievano la mia partenza.
Beh la mattina dopo è stata dura, la fatica del viaggio, il tacchino sullo stomaco, e poi altri attentati ovunque, e abbiamo richiamato tremila riservisti e ho scippato altri tremila miliardi all’assistenza sociale per destinarli a spese di guerra, e mentre i marines crepavano sapete dove ero io? In un bunker tremante?
No, ero in giocare a golf col mio babbo.
Capito che sangue freddo?
Vedete, il terrorismo è l’unico problema del mondo che io e Blair e Berlusconi fingiamo di sapere affrontare, per nascondere che non sappiamo affrontare tutti gli altri problemi.
Perciò ho confidato a Bush senior che spero di poter mangiare altri tacchini in Iraq, in Siria, in Yemen e in tanti altri posti.
Mi hanno detto che gli scienziati, riuniti a congresso, hanno stabilito che se il collasso ambientale continua, la terra ha cinquanta anni di vita.
Dilettanti: io potrei far fuori tutto il pianeta con venti testate nucleari in meno di due ore. Lo dichiara la Cia in un divertente recente rapporto. Putin non è più in grado di farlo e Osama avrebbe bisogno di anni.
Ero lì immerso in questi allegri pensieri alla buca quindici, quando mi ha telefonato Berlusconi.
Mi ha detto che in Italia avevano scoperto delle cellule dormienti.
Non ho capito se si riferiva a nuclei terroristi o al cervello di Bondi.
In tutti i casi, approfitteranno dell’allarme attentati per far passare la legge Gasparri.
Dio benedica l’America e Forza Italia, e ci conservi Saddam.
Ero lì all’ultima buca e brandivo Last Strike One, la mazza presidenziale, quando ho avuto un attacco di lucidità. E’ stato terribile, l’ultimo l’avevo avuto nel 1984. Ho visto la pallina da golf e mi è sembrata la terra, un piccolo pianetino coi mari e i continenti sperduto nel grande prato del cosmo. E ho pensato che dopo secoli di civiltà, religione, democrazia, tecnologia e intelligence la terra è sempre quella piccola cosa lì, un pianetino affamato, intossicato, insanguinato, nelle mani di poche bande, sempre più potenti e sempre meno responsabili.
E’ stato il pensiero di un attimo.
Ma non mi sono lasciato intimidire.
Con un colpo secco, l’ho infilata in buca.


Stefano Benni