ULTIMA CENA
GESÙ E I SUOI TRENTASEI APOSTOLI
tratto da il manifesto di giovedì 27 maggio 2004

Scena: un ristorante di cucina araba sul monte Sion. Al piano superiore, una sala grande addobbata. Gesù sta in mezzo ai trentasei apostoli, che poi la questura ridurrà a dodici, e tali resteranno nella storia.
Tutti mangiano con appetito e cantano. Solo Gesù sembra triste.
— Maestro, cosa ti cruccia ? — chiede Pietro.
— Ahimè! Io mi sono dato da fare. Ho fatto miracoli. Ho fatto del bene a tutti. Ma nessuno lo riconosce.
— Ma cosa dite Maestro? — dice Giovanni — tutti noi vi ammiriamo e siamo al vostro fianco.
— No — dice Gesù con voce piagnucolosa — ce l’hanno tutti con me. La stampa è in mano agli ebrei, ai romani e ai comunisti.
— Ai cosa?
— Una setta che ancora non conoscete. Dicono che non ho fatto nulla contro la corruzione, che faccio discorsi sconnessi, che sono un mediocre agitatore di folle, un piazzista di me stesso. Ma voi sapete quante miracolose imprese ho compiuto. Ho resuscitato i vecchi democristiani, e la pidue, ho sdoganato i fascisti, ho riciclato la mafia. Ho messo ordine nei media.
— Usate parole latineggianti, ora ? — dice Luca.
— Mi capita, talvolta. L’aramaico è così obsoleto. E poi ho detto bugie, tante bugie ma a fin di bene, per dare speranza a questo popolo bue. Ho fatto leggi ad personam...
— E dai — sbuffa Pietro.
— Ma non esiste dottrina senza legge. E con me l’economia è fiorita, sono spuntati milioni di posti di lavoro, nessuna industria è fallita, ho abolito la censura, ho ridotto le tasse e ho in mente autostrade senza curve, e un ponte che collegherà la Magna Grecia a Opitergium. Ma la stampa non me ne dà merito, e il sinedrio mi perseguita.
Gli apostoli iniziano a ridere, dapprima con garbo poi abbastanza sgangheratamente.
— E quando mio padre lassù oltre l’Oceano mi ha dato l’ordine di combattere gli infedeli ho obbedito e ho portato in quei luoghi pace, sicurezza e appalti per tutti.
Altre risate.
— E tutto questo contro i miei interessi, perché in questo lavoro non ho guadagnato nulla, sono povero come ero una volta, ho a malapena qualche piccola società all’estero, e nessuno può certo dire che ci sia un conflitto tra i miei interessi divini e quelli terreni.
— Certo che no — dice Giuda.
— In quanto a te, Giuda, infido alleato so che alla prima elezione sfavorevole mi tradirai. E tu Maddalena stai lontano dai filosofi. E tu Pietro, prima che il Mibtel cali tre volte...
— Maestro si calmi, le sta cedendo il lifting.
— La gente vuole un Cristo giovanile e manageriale, non un vecchio clochard — si lamenta Gesù — anche questo restauro l’ho fatto per voi. Ma nessuno capisce i miei miracoli, sono un incompreso, sono un Dio ma nessuno lo capisce.
Un grande applauso si leva dal tavolo. Gesù alza il calice, e con una gran risata esclama:
— Che ve ne pare ragazzi?
— Sei grande, Maestro — dice Giovanni. Quando fai l’imitazione di quel cretino ci fai morire dal ridere.
— Dovresti fare l’attore — dice Efisio, discepolo poi misconosciuto.
— Dài raccontaci ancora come hai moltiplicato dal nulla il capitale iniziale...
— No, racconta di quando non sapevi che il tuo avvocato era andato a corrompere Pilato...
— No a me piace la storiella che tu non ti occupi della Rai...
Tutti ridono. Solo Tommaso sta serio in disparte.
— Tommaso che c’è? Ancora dubbi?
— No Maestro, ma... è mai possibile, come tu hai profetizzato, che un giorno un paese possa essere governato da un incapace vittimista, vendicativo e mediocre come costui?
— E’ possibile. Il mondo conoscerà tiranni e tirannelli. Ma non temete: tutto andrà bene, se avrete fede.
— L’abbiamo, Maestro — dice Romina, discepolo assai trasgressivo.
— Tre urrah per il Maestro — grida Alì Giacomo, l’apostolo più combattivo ed estremista, imbraccia il fucile e spara in aria in segno di giubilo.
Si ode il rumore di un elicottero.
— Giacomo — dice Gesù — l’hai fatta grossa.
L’elicottero, credendo di trovarsi di fronte a un’adunata di terroristi, rade al suolo il ristorante.
Dal cumulo di macerie escono Luca Matteo Giovanni e Romina.
— E adesso che è finita così, chi ha il coraggio di raccontarla?
— Ci inventiamo una storia — dice Luca — allora, mettiamoci d’accordo. Dunque, c’è un monte che si chiama Golgota... sì, lo picchieranno e lo umilieranno, ma sarà un caso isolato...
Gli altri prendono appunti.


Stefano Benni