LA LEGGENDA
DEL GIOVANE GIORNALISTA
tratto da il manifesto di giovedì 20 luglio 2006

Quella notte di molti anni fa, il giovane giornalista all’inizio della carriera si sentiva stanco e sfiduciato. Erano le quattro di mattina, ed era rimasto solo a vagare nelle stanze del giornale. Un altro noioso giorno di lavoro, in cui si era occupato di notizie di nessuna importanza. Un tamponamento sulla circonvallazione, la nuova palestra di una scuola, il cambio di allenatore di una squadra di provincia. Un altro giorno senza che nessuno si fosse accorto del suo talento, nell’odore del piombo fuso, dell’inchiostro e delle migliaia di sigarette. Con passi lenti, scese le scale che portavano al garage sotterraneo. Lontano da qualche parte le rotative stampavano con fragore di locomotiva, e un’ultima linotype sferragliava qualche correzione. Era appena arrivato alla sua bicicletta, appoggiata a una pila di carta, quando vide l’auto blu del redattore capo Loris Capataz. Lustra e lussuosa, con il tagliando Stampa bene in vista, e una sacca da golf sul sedile posteriore.
— Beato lui che ce l’ha fatta — sospirò il giovane — darei qualsiasi cosa per una carriera come la sua.
Proprio in quell’istante udì una risata soffocata, si voltò e vide un bagliore che sembrava provenire dalla viscere stesse del sotterraneo. Si avvicinò stupito, e notò una scaletta di ferro che scendeva e precipizio verso un corridoio illuminato da una luce rossastra. Strano, pensò, a quest ’ora ogni ufficio dovrebbe essere chiuso. Eppure in fondo al corridoio c’era una porta con la scritta: Consigli per giovani giornalisti. Non aveva mai sentito parlare di quell’ufficio. Consigli? Al giornale nessuno gliene aveva mai dati! Ordini o sfottò tanti, ma consigli mai.
— Avanti — disse una voce, come se qualcuno sapesse già del suo arrivo.
Incuriosito, aprì la porta e il suo stupore aumentò.
Più che un ufficio, sembrava una caverna. Era alta e buia, annerita dal nerofumo e da residui oleosi, dal soffitto pendevano fili elettrici come liane, e i muri vibravano per qualche misterioso rumore. Ma in fondo alla caverna c’era una lussuosa scrivania di mogano, ove sedeva un uomo con un cappello a tuba.
— Avanti — ripetè la misteriosa apparizione, con voce rauca e seducente.
— Scusate la mia curiosità ma ... ho visto la luce accesa a quest’ora e ... non volevo disturbare ...
— Nessun disturbo — disse l’uomo — siamo sempre a disposizione del personale, si sieda pure ...
Il giovane giornalista si sedette e notò che l’uomo aveva un volto rosso e infuocato, folte sopracciglia e occhi fiammeggianti. E il grande cappello gli ballonzolava sulla testa, come se contenesse un coniglio da prestigiatore.
— Lei è il redattore abusivo Fausto Streben — disse l’uomo — e se non sbaglio lavora all’ufficio cronache periferiche ...
— Sì. Come lo sa? ...
— La nostra ... azienda sembra distratta, ma segue i giovani talenti e non li lascia mai soli nella loro crescita. Lei non è contento del suo lavoro, vero?
— Io ... veramente ... — esitò il giovane.
— Sia sincero — disse l’uomo, unendo le mani sottili e unghiute in un gesto cardinalizio — si fidi, siamo qui per aiutarla ...
— Per la verità sono totalmente insoddisfatto, lavoro da tre anni, praticamente gratis e di assunzione nessuno ne parla, faccio orari pazzeschi, porto il cappuccino a tutti e non mi fanno mai scrivere un pezzo importante, né mi affidano una cronaca, o un titolo nelle pagine nazionali ...
— Certo, lo sappiamo — disse l’uomo con un sorriso — eppure sappiamo anche che lei ha una certa predisposizione al mestiere ...
— Davvero?
— Certo. Abbiamo letto il suo pezzo sul centauro ottantenne finito con la moto in un canale. Toccante la frase: “Lascia la moglie e due figli gemelli”. E poi l’intervista alla commessa che ha visto il suicida buttarsi dal ponte. E la cronaca dell’incontro di calcio Vigor San Zeno-Portomaggese ...
— Lei mi prende in giro ...
— No, no. Facciamo questo lavoro ... da secoli praticamente ... E sappiamo riconoscere il talento fin dal suo timido albeggiare. Tutti sono capaci di scrivere cose epiche su una grande scandalo, o su una partita del Brasile. Ma quando si tratta di piccoli drammi, o di descrivere in venti righe una partita di terza categoria ...
— In effetti faccio del mio meglio — sospirò il giovane — ... ma nessuno sembra accorgersene ...
— Suvvia, giovanotto, tutti abbiamo avuto i nostri problemi all’inizio. Io ad esempio fui licenziato ... ma lasciamo perdere, è una storia vecchia. Ora noi ripareremo a questa ingiustizia. Basterà che lei ci chieda quale tipo di giornalista di successo vuole diventare e noi la esaudiremo subito ...
— Così su due piedi? — esclamò il giovanotto stupito — vi prego, non prendetemi in giro, sono anni che aspetto e adesso, in una notte voi mi illudete di poter risolvere tutto? Che ramo dell’azienda siete?
Il volto dell’uomo si accese di un sorriso dai denti puntuti.
— Noi non facciamo parte di questo giornale. Noi siamo un’azienda molto, molto più vecchia e potente.
E le sue parole furono accompagnate da una vampata di fuoco che saettò nella stanza. E subito l’uomo si tolse la tuba, esibendo due belle corna da caprone.
— Ma voi siete ... — disse il ragazzo.
— Noi siamo proprio quello che lei pensa — disse l’uomo — lei è un giovane di una certa cultura, avrà letto libri su passati episodi del nostro lavoro, sulle nostre proposte e contratti, quindi non dovrebbe essere troppo sorpreso.
— Ma io veramente ...
— Signor Fausto, lei ha appena detto che “farebbe qualsiasi cosa per una grande carriera”, questa frase è diciamo ... la password per accedere ai nostri servizi — disse il diavolo con uno sbadiglio — ma abbiamo decine di richieste e poco tempo, perciò se vuole diventare un giornalista di successo deve deciderlo questa notte, se no se ne vada e tra un minuto avrà dimenticato tutto ... e languirà in qualche redazione provinciale tutta la vita ...
Il giovane pensò pochi istanti, poi rispose.
— No, accetto. Signor ... Mefistofele, dico bene?
— Mi chiami come vuole. Lei conosce la tariffa, immagino, ma di questo parleremo dopo. Ecco qua una lista delle carriere a disposizione.
Mefisto trasse da un cassetto una pergamena annerita, e ci fece scorrere sopra l’unghia puntuta, con inquietante scricchiolio.
— Allora ecco qua, soluzione quattro ... portaborse di onorevole, può cominciare subito, tra due anni diventerà ufficio stampa e poi da lì carriera governativa, viaggi al seguito, eccetera ...
— No no ... non ... mi interessa ...
— Giusto. Bisogna chiedere di più. Allora. Carriera cinque, giornalista tripartisan. La iscriviamo a un partito poi da lì al momento buono si trasferisce a un altro e in cambio, voilà, un bel ruolo di redattore capo e poi trac, un altro cambio di schieramento e si ritrova vicedirettore in qualche giornale importante ...
— E ... non c’è di meglio?
— Vedo che lei è giustamente ambizioso. Allora guardi qua. Carriera internazionale, inviato all’estero, rimborsi spese e champagne, poi al momento buono, cambio di casacca e le diamo da dirigere un giornale sovvenzionato direttamente dal capo del governo, miliardi di sovvenzioni all’anno ... e, in futuro, una bella rubrica televisiva ...
— Di più non c’è? — disse il giovane col volto acceso.
— Accidenti, che demoniaca ambizione! Va bene, ultima proposta: carriera televisiva, lei non è una bella gnocca e questo è un ostacolo, ma con l’iscrizione a una loggia segreta, ecco qua, dieci anni di obbedienza e poi la scalata, direttore di telegiornale ...
— Ma sono tutte strade ... disinvolte, anzi immorali. Mica tutto il giornalismo è così ...
— Giovanotto — disse Mefisto spazientito — lei dovrebbe sapere che la nostra azienda fornisce esclusivamente questo tipo di carriere, non siamo Emergency. Mi sa che lei è troppo un’anima bella. Ma credo di sapere che cosa ci vuole per lei. La Carriera a Sorpresa ...
— E’ quella più ... speciale di tutte?
— Diciamo che è unica. Però presenta dei rischi. Quindi deve accettare a scatola chiusa ...
— Va bene — disse il giovane — firmo col sangue?
— Basta un pennarello rosso — sorrise il diavolo — su, metta la sigla qui.
Il giovane firmò con mano tremante.
— Bene — disse Mefistofele con un ghigno — accontentiamo il nostro esigente giovanotto. E’ pronto?
— Pronto — disse il giovane.
Una nuova vampata di fuoco illuminò la stanza, e una voce tonante gridò nel buio:
— Fausto, visto che hai respinto ogni altra proposta, il tuo destino sarà questo: lavorerai tutta la vita in un giornale cooperativo cosiddetto comunista. Ti daranno lo stipendio una volta ogni sei mesi. Dovrai sopportare critiche cinematografiche non sottotitolate e analisi politiche in gaelico. Farai riunioni di redazione interminabili. Non avrai che sangue, sudore e dibattiti. E guai se sgarrerai e proverai a cercarti un altro giornale! Verremo a prenderti per portarti all’inferno!
— No — urlò il giovane — il giornale cooperativo no!
Ma il diavolo gli fu sopra e gli puntò gli unghioni alla gola.
— Giura che sarai fedele al patto o sarà peggio per te.
— Lo giuro... lo giuro ...
— Giura su Lenin, su Rasputin e su Garamond.
— Lo giuro ...
— Guai a te, mortale, se mancherai a questo giuramento. E adesso vai.
Il giovane salì sulla bicicletta e corse fuori nella nebbia, piangendo e imprecando. Il suo destino era segnato per sempre.
Nel sotterraneo del giornale, Mefistofele si tolse le corna con un sospiro. Da dietro a una caldaia, uscirono due operai, uno con la fiamma ossidrica e un altro con un megafono.
— Compagni — sospirò l’ex-diavolo — non ce la faccio più a fare i reclutamenti in questo modo ...
— Compagno Mario Lo Fisto. Se la causa è buona, ogni trucco è lecito — disse l’operaio tipografo Petrin — e adesso andiamo a cercare qualche volontario per il festival dell’Unità.
— Ma io sono stanco — disse il linotipista saldatore Bedocchi — la fiamma ossidrica mi ha bruciato i baffi, e poi quel povero ragazzo ...
— Gli è andata benissimo, vedrai che sarà un buon giornalista — disse Mario Fisto.
— Ne convinceremo ancora tanti, vero? — chiese speranzoso Bedocchi.
— Cari diabolici colleghi ... — disse Mario Lo Fisto, con un sospiro — mi sa che questo era l’ultimo. Sono in arrivo diavoli molto più avidi e seducenti di noi.
— Il capo scherza sempre — disse Petrin — come se fossimo diavoli per davvero.
Sistemarono le code sul portapacchi delle biciclette, per non farle impigliare nei raggi, e se ne andarono pedalando nella notte.


Stefano Benni