MAGALOOT CONTRO LE GUERRIERE NERE
tratto da il manifesto di giovedì 25 gennaio 2007

Vista la buona risposta dei lettori al «racconto con ricatto» di Stefano Benni (380 nuovi abbonamenti in una settimana) pubblichiamo oggi la seconda puntata. Per leggere la terza parte del racconto dovrete mantenere la media e inviarci almeno altri 350 abbonamenti. Sennò che ricatto sarebbe?

L’audace e democratico principe Magaloot sul suo cavallo Ghibli cavalcò tre giorni e tre notti finchè Ghibli non disse basta e scappò, e allora Magaloot noleggiò il somaro Otello e con quello somarò altri due giorni e due notti, finché giunse nel bosco di Myrmecoin, ove vivevano le terribili guerriere nere.
Sembrava un normale bosco, folto e silenzioso. Ma verso notte, iniziò a riempirsi di ombre paurose e misteriosi rumori, mentre un vento gelido fischiava tra i tronchi secolari.
Magalò accese un falò e dopo un frugale pasto a base di mentine, si mise a dormire. Ma nel cuore della notte fu destato dal raglio disperato di Otello. Si alzò con la fedele spada Moogat in pugno, ma ahimè era troppo tardi. Di Otello non restava ormai che lo scheletro, e un mozzicone di coda.
Qualcosa lo aveva spolpato in un attimo.
Allora Magaloot l’intrepido gridò:
— Tu uomo o donna o bestia o mostro, tu maledetto che mi privasti della preziosa cavalcatura, fatti avanti e conoscerai di che tempra è la mia spada.
Nel buio si udì un rumore di ganasce e della sua spada non rimase che l’elsa. Magaloottt testardo e temerario, gridò ancora:
— Forse siete stregoni e conoscete qualche maleficio che annienta il ferro, ma io non vi temo, che più duro di ogni metallo è il mio animo battagliero...
Si udì una risatina, come di bambine cattive. E Magaloot vide davanti a sé le guerriere nere.
Cinque formiche non più grandi dell’unghia di un pollice, ritte sulle zampe posteriori, in atteggiamento di sfida.
— E voi chi siete?
Una delle formiche per tutta risposta, lo afferrò per un piede e lo fece cadere. Un’altra gli torse il naso con le possenti mandibole. Due lo tennero fermo per le braccia e la quinta gli soffiò nell’orecchio.
— Adesso ti mangiamo, bel cavaliere...
Si sentì un rumore di passi pesanti che avanzavano. E con terrore Magaloot vide un plotone di formiche avanzare verso di lui, innalzando vessilli dipinti con mallo di noce, e suonando tromboncini di genziane. Li guidava un erculeo formicone alto un pollice, con mandibole possenti, e il petto luccicante di medaglie.
— Sbranatelo, o miei guerrieri — intimò.
Ma Magaloot non era tipo da arrendersi facilmente. A colpi di pugnale si liberò delle formiche che lo inchiodavano al suolo e balzò in piedi.
Le formiche si arrampicarono una sull’altra, e composero una colonna brulicante alta tre metri, pronta a abbattersi sul cavaliere.
Magaloot fece un passo indietro. Era forte ma anche stratega e astuto.
— O guerriere nere — disse — capisco che siete più forti di me. Ma prima che vi saziate delle mie carni, concedetemi l’onore delle armi. Voglio cantare l’inno militare di Pigrum, che ogni cavaliere intona fieramente nel momento della morte. Non privatemi di questo ultimo desiderio.
— Che palle — disse una formica tenente
— Mangiamolo e basta — disse un’altra
— Fermi guerrieri — disse il generale formicone — siamo insetti battaglieri ma leali. Concediamo a questo piccolo umano il suo ultimo desiderio.
— Sì ma dopo gnam gnam — fecero eco in cento.
— Grazie o nobili tetramorie — disse — canterò per voi la Canzone del Cavaliere morente di Pigrum. Dura solo un minuto. Ascoltate.
E Magaloot iniziò melodiosamente a fischiare.
Le formiche ascoltavano, abbastanza indifferenti. All’improvviso una si eresse in tutti i suoi due centimetri di altezza, gridando.
— Ehi, il bastardo ci sta fregando. Questo fischio è un richiamo per merli...
Proprio così. Un frullo di ali annunciò l’arrivo di uno stormo, richiamato da Magaloot. Fin da piccolo, egli era abilissimo nell’imitare gli uccelli.
Quello che ne seguì è troppo cruento perché si possa raccontare. Lo stesso Magaloot chiuse gli occhi.
Dopo meno di un minuto, lo stormo si alzò in volo sazio e repleto. Al suolo non rimaneva che qualche zampetta e brandello di antenna.
— Otello è vendicato, e la prima impresa è compiuta — disse Magaloot — ma ora che ricordo, Fanfal aveva detto che avrei avuto in dono qualcosa per accedere alla seconda impresa.
— Fanfal aveva ragione — disse un merlo che era rimasto su un albero.
Con un breve frullo, passò sulla testa di Magaloot e sganciò dal becco un anello.
— E’ l’anello magico di Merlino — disse il merlo — se sei in difficoltà indossalo. Ma attento! Il suo potere cessa a mezzanotte.
— Grazie o amici alati — disse Magaloot.
E quelli per saluto lo riempirono di vari etti di guano multicolore.
Allora Magaloot ...

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Stefano Benni