ALLEGRETTO
IL MIO ALBUM SEGRETO
DELLE TELEFONATE IN SVENDITA
tratto da la Repubblica di domenica 13 giugno 2010

Dopo la legge voluta a ogni costo dal piagnone Silvio, è facile trovare ovunque svendite di vecchie intercettazioni in audiocassette, cidì e anche vinile. Ne abbiamo comprato uno scatolone in una bancarella a Napoli, altre ce le ha regalate un radioamatore. Le pubblichiamo, alla faccia della legge-bavaglio.

Telefonata in Rai
— Pronto, sono il presidente del consiglio...
— Mi dica presidente, sono la segretaria di redazione...
— Sto guardando la vostra trasmissione in diretta, è una vergogna che un servizio pubblico come il vostro trasmetta dati falsi sulla mia popolarità, voglio subito smentire, mi metta in viva voce.
— Guardi, non possiamo, c’è una scaletta da rispettare...
— Lei non ha capito, sono il presidente del consiglio, ho il diritto di intervenire in ogni trasmissione radiofonica televisiva e anche sugli sms, mi metta subito in diretta o licenzio lei e il conduttore.
— Le ripeto, non c’è nessuna legge che preveda questo.
— No? Beh faccio un decreto subito, prima della sigla di coda. Mi metta in diretta, non ho tempo, debbo smentire altre quattro trasmissioni compreso il meteo che fa il disfattista con tutte quelle nuvolette...
— Non posso decidere io. Aspetti che chiedo.
— Io non aspetto mai, ha capito? ... pronto? pronto?
— Ecco signor presidente, ho appena parlato col conduttore del programma... Mi ha detto che la trasmissione è del pubblico, non del governo, quindi non è previsto un suo intervento... lei ha già i suoi giornali e le televisioni, ha ampia facoltà di difendersi e occupa la scena ogni giorno, lasci parlare gli altri.
— Lei fa scempio dell’informazione! Lei è una criminale infernale filo-Costituzione! Io devo parlare ogni volta che voglio, e interrompere chi voglio... io sono uno spot umano!
— Il conduttore mi dice di riferirle questo: quando lei parla in diretta ore e ore in televisione nessun spettatore può intervenire dicendo “ma che razza di balle sta dicendo, presidente”. Quindi se non rompono i coglioni a lei, non vedo perché lei deve rompere i coglioni a loro.
— Ma nessun conduttore o direttore di rete mi ha mai risposto così!
— Beh sarebbe ora che lo facesse. Sarebbe sacrosanto, invece di inchinarsi e farle interrompere le trasmissioni. Arrivederci, presidente, io riattacco.
— Non le permetto, guai a lei se...
(clic)

Telefonata al SSSS
— Pronto sono il presidente del consiglio...
— Qua è il SSSS, servizio sputtanamenti al servizio di Silvio. Dica la password.
— “Governare è un inferno”.
— No, questa è quella di ieri, ripetere la password.
— Uffa che complicazioni... dunque, la password è “mai più Costituzione”.
— Esatto. Buongiorno signor presidente, in cosa possiamo servirla?
— Sono stanco, arcistufo di queste continue intrusioni nella mia privacy, nei miei affari e in quelli dei miei amici e non voglio che nulla sia più reso pubblico. La privatezza è sacra.
— Va bene, ma abbiamo appena fatto una legge apposita...
— Non mi basta. Le manderò tramite lettera a mano i nomi di alcuni giornalisti e magistrati e anche di un uomo politico sedicente mio alleato. Voglio che le loro case, auto, tabaccai, barbieri e bar preferiti siano circondati dai miei fotografi e cameramen e appaiano servizi sputtananti sui miei giornali e sulle mie televisioni, inoltre voglio che l’esercito segua i loro spostamenti e controlli i loro telefoni con le linee militari super-segrete che la legge non tocca...
— Ma... e la privacy?
— La privacy è rispettata. Infatti nessuno saprà che sono stato io a dirle queste cose...
— Intendevo la privacy degli altri...
— La rispetto. Infatti le mando l’elenco per busta. Vedrà arrivare una signora procace in motorino, è La Russa con la parrucca, così nessuno potrà intercettare questi nomi...
— Presidente... ma che accadrà dopo?
— Oh basta, chi se ne frega... la privacy vale solo per me, mica per gli altri, allerti tutto lo staff... e la ritengo responsabile signor... Come si chiama lei?
— Col cavolo che glielo dico.
— Bene. Mi piace la sua riservatezza. Esegua.
— Sarà fatto.

Telefonata legale
— Pronto avvocato? Senta, ho trovato sul cellulare di mio marito un messaggino con scritto “sono la tua porca ci vediamo stasera al solito posto”. Voglio il divorzio.
— Mi dispiace signora, ma lei ha commesso un grave reato intercettando il messaggino di suo marito e rendendolo pubblico. Rischia una multa di trentamila euro e entro 72 ore tre magistrati decideranno se arrestarla e sequestrare i telefonini oppure entro tre ore 72 magistrati decideranno se il telefono di suo marito deve essere sostituito con un modello J phone 56, costa solo tremila euro e ha anche il servizio antintercettazione, li vendo io...
— Ma io volevo...
— Il telefono J phone, la multa e la batteria di pentole le arriveranno a casa, sappiamo dove abita. Stia più attenta, quando viola la privacy altrui.
— Va bene avvocato Previti. Adesso capisco perché mi avevano detto di non rivolgermi a lei.

Telefonata amicale
— Pronto? Sono Totò. Totò Riina. È lei presidente?
— Dipende.
— Ma dai è uno scherzo non mi riconosci? Sono Marcellino, Marcello Dell’Utri. Dunque devo dirti che sono tutti contenti.
— Contenti chi?
— I nostri amici. Affaristi, finanzieri, maneggioni mafiosi. Contenti. Dicono che con questa legge gli avvocati sapranno cavarli d’impiccio in mille modi nuovi...
— Stai attento Marcello... siamo sicuri che non siamo intercettati?
— Tranquillo. Sto telefonando da un carcere...
— Va bene ma usa il codice Gasparri.
— Va bene. Uggga nugga mugga very happy.
— Gugga mugga voti molti ug.
— Mugga voti e mugga affari e mugga eskort.
— Ugga basta eskort troppe grane mugga.
— Ugga mugga nun ce beccano mai ugamuga.
— Certo ugga mugga Marcè.

Telefonata subdola
— Pronto Silvio, bel maschione?
— Chi è? Come si permette?
— Ma come mi hai già dimenticato? Quella notte a Napoli, a Mergellina. Apicella suonava gli Iron Maiden, c’era la luna, quelli della tua scorta erano vestiti da angeli...
— Questa è una provocazione... io non sono mai stato a Napoli.
— Ma dai... non ti ricordi... mi hai pagato in rubli...
— Oddio... Tatiana?
— No sono Fini, ti ho fregato ancora (risata)
— Gianfranco sei il solito cretino. Certo, finché ti limiti a fregarmi così, va anche bene. La voti la fiducia?
— Ti ho fregato di nuovo sono Casini...
— Gianfranco, smettila...
— Altro scherzo. Sì si, la voto. Tengo famiglia.

Telefonata minacciosa
— Pronto Silvio, sono Bersani.
— Mi dica onorevole...
— Le comunico che in risposta alle sue leggi liberticide, io abbandono l’aula, prendo l’albergo fuori da Roma, abbandono il vecchio gestore telefonico e ne prendo uno nuovo e farò togliere tutti gli iscritti del Pd dalle pagine gialle. Sarà un Vietnam.
— Ma allora è vero che siete comunisti!
— Va beh, allora diciamo che sarà una Seychelles.
(clic)

Telefonata presidenziale
— Pronto sono Napolitano. Parlo col presidente del consiglio?
— Questa è la segreteria telefonica di Silvio Berlusconi imperatore d’Italia. Se volete lasciare un messaggio di congratulazioni premete uno. Se volete una legge ad personam premete due. Se volete mandare un avviso di garanzia chiamate il numero verde 899999996543222 e troverete un centralino che parla swahili. Se siete una bella gnocca premete quattro. Se volete abolire la costituzione premete cinque. Se siete comunista premete il grilletto e sparatevi. Se sei Bondi non chiamarmi pasticcino mio. Se sei Caldaroli non fare il solito rutto. Se sei Napolitano premi il nove e lascia un messaggio dopo il bip.
— Sono Napolitano, volevo dire che...
— I tre secondi a sua disposizione sono scaduti. Richiami il mese prossimo.

Telefonata strategica
— Pronto, Silvio.
— Dipende. Chi è?
— Sono Umberto Bossi. Sono incazzato come un toro della Val Brembana. Adesso mi sfogo...
— Va bene ma attento. La legge è passata, ma potrebbe esserci ancora qualcuno in ascolto, è difficile bonificare tutto.
— Ma dai che non ci intercettano, cazzo. Ho fatto la scuola radio Elettra.
— E come fai a essere sicuro?
— Sono furbo, sto telefonando da una cabina pubblica.
— Ma guarda che ci intercettano lo stesso...
— Non possono. Ho chiuso bene il vetro. E poi ho i baffi finti e parlo piano.
— Umberto, sei furbo, ma non basta.
— Scusa ne parlo con Trota, mio figlio. Trota, dice il capo che la cabina non basta, che ci intercettano... ah facciamo così? Sei sicuro? Ah certo, geniale, geniale. Allora Silvio fai come ti dico: vai sotto la doccia, col telefonino, lo scroscio coprirà la voce, così non capiscono cosa diciamo...
— Ma no Umberto, il telefonino si bagna... e poi se lo scroscio copre la voce noi come ci parliamo?
— Aspetta che chiedo a Trota. Ah bene. Trota ha detto: urliamo!
— Scusa Umberto ma non ho tempo da perdere, metti giù.
— Cosa metto giù?
— Metti giù il telefono...
— Non posso. È legato con un filo, penzola...
— Uffa basta! Ti ripeto, anche se ho fatto la legge-bavaglio dobbiamo essere prudenti. Cosa volevi dirmi?
— Ti volevo dire che se mi tocchi Vercelli è guerra.
— Va bene.
— Anche se mi tocchi Clusone è guerra.
— Ma non è provincia!
— Ah sì, è perché? Frosinone provincia e Clusone no? Insomma ascoltami.
— Scusa Umberto ma ho finito i gettoni del cellulare (clic)
— Silvio... Silvio... Ce li ho io i gettoni...


Stefano Benni