CHE BELLO ARRIVA LA CATASTROFE
tratto da la Repubblica di giovedì 25 giugno 1998

A RIMPIANTI non ci batte nessuno. Ci accorgiamo di avere un patrimonio artistico quando crolla, un territorio quando frana, un'atmosfera quando stiamo soffocando. Contiamo i morti e gli ingorghi e fomentiamo un traffico autostradale che sembra l'ora d'aria dell'inferno. I nostri allarmi suonano a sirene spiegate, nel senso che dopo bisogna spiegare perché non hanno suonato. Abbiamo la più forte indignazione con replay dell'Occidente, anche se non riusciamo a sostenere due indignazioni alla volta, entra la valanga di fango ed esce il terremoto, entra la Liberia ed esce l' Algeria. Ma un pensiero ci turba: la fine del mondo sarà l'unico avvenimento che non potremo rivedere alla moviola. Forse per questo hanno sempre più successo i film-catastrofe, quelli in cui il tema centrale è la rottamazione di paesi, città, e ultimamente, di tutto il globo terracqueo.

LA TECNOLOGIA cinematografica ha raggiunto tali livelli di perfezione sadica, che ormai in questi film gli effetti speciali sono i dialoghi. L'Italia, per non essere da meno degli americani, si è lanciata in alcuni spaventevoli progetti che vi anticipiamo.
BIG STROKE, ovvero "La gran botta". La storia inizia all'osservatorio di Cerveteri, dove l'addetto al telescopio nota movimenti sospetti nello spazio. Sullo schermo radar appare una serie di dati indecifrabili. Si scopre che per errore si è infilata nel computer una bolletta Telecom. Ma un istante dopo ecco l'orribile verità: un enorme asteroide si sta dirigendo verso la terra. L'Aeronautica, secondo la direttiva Ustica, cancella subito le registrazioni radar e avverte Prodi che un ammasso informe si sta avvicinando al nostro paese. Prodi sgrida il telefonista dicendo che non si parla così della Costituente. In Parlamento Ulivo e Polo si accordano, nel superiore interesse del paese, per provvedimenti urgenti. Mancano sessanta secondi all'impatto.
Ma l'Ulivo, prima di decidere deve fare una verifica interna, un voto di fiducia e un vertice di maggioranza, il Polo subordina il suo sì alle dimissioni di Prodi e a un miliardo in contanti da lasciare in un cespuglio del giardino di Arcore. Mancano dieci secondi. Bertinotti rassicura che anche se non ci sarà più l'Italia, non ci sarà crisi, Scalfaro parla di oscure trame spaziali e si dice sicuro che c'è qualcuno dietro la forza di gravità. Cossiga vuole le scuse di Copernico. L'asteroide impatta egregiamente in un punto deserto a eccezione di quattro fastidiose scuole, e fa un buco di trenta chilometri di diametro. Sollievo di tutti. Ma dal buco escono un migliaio di alieni verdi con sciarpe e bandiere. Sono i terribili hooligan di Plutone, "Siamo venuti perché ci hanno detto che qui c'è il gioco più duro del sistema solare: calcioni, sceneggiate, insulti, melina, tattiche, accuse all'arbitro, espulsioni, sgambetti, ribaltoni. Ma quali mondiali? Stiamo parlando della vostra politica".
PORKZILLA. Un convoglio di camion Fiat-Oto Melara sta portando un carico di sistemi elettronici e cannoni per esportarli nei paesi del Terzo mondo, al fine di creare le condizioni umanitarie per un grande concerto di beneficienza. Un camion esce di strada e sfonda una porcilaia. Dai fumi dell'esplosione nasce Porkzilla, un maiale alto quaranta metri che incomincia a seminare setole e distruzione. Vengono allertate squadre speciali di incursori e di insaccatori.
Intanto Porkzilla, come ogni mostro che si rispetti, vuole arrampicarsi su un grattacielo con una bionda nella zampa. Ma tutto quello che ottiene è di salire su un condominio di sei piani dove gli aprono le orecchie e lo usano come parabolica. Accerchiato dai NAS, nuclei antisuino, viene catturato e affidato a Napolitano, che lo fa chiudere in un hangar, in attesa che il governo decida se usarlo come salvadanaio erariale o rottamarlo in wurstel. Porkzilla, naturalmente scappa. Napolitano ammette che la colpa è sua e si dimette per ventisei secondi. Ma Prodi lo convince a restare, spiegandogli che il posto di un ministro dell'Interno che si è fatto scappare Gelli è esattamente in un film di fantascienza.
TITANIC DUE LA VENDETTA. Il transatlantico dei Vip, sta solcando l'Adriatico. È così lussuoso che, in caso di affondamento, non verrà abbandonato dai topi ma dai visoni. Sul ponte di prua Popcorn Veltroni premia Cecchiburger Gori per aver riportato il cinema italiano a una produzione di regime anzi di dieta: via i troppi di film dalle sale, solo pochi titoli sani e digeribili. Cecchi Gori ringrazia in gaelico-ciociaro. Nel salone delle feste i Vip beccheggiano e aspettano lo show musicale. Ramazzotti arriva in gondola sposandosi per la quarta volta, Baglioni lo supera con una spettacolare entrata su un autobus anfibio, Vasco Rossi piomba dal cielo in elicottero. Ma Reitano frega tutti facendosi lanciare da una motosilurante, sfonda un oblò e il palco dell'orchestra è suo. Le danze sono appena iniziate, quando si sente un rumore sospetto. Tutti guardano Funari, invece è un ghiacciolo all'amarena che è caduto in mare dalle mani innocenti di un bambino. Purtroppo la nave è attrezzata per i ricevimenti mondani ma non per gli speronamenti, e dopo aver urtato il ghiacciolo inizia ad affondare lentamente.
Il capitano D'Alema urla "Prima le donne, i bambini e le riforme", ma le scialuppe sono tutte occupate dalle troupes televisive che devono filmare il disastro. Diecimila teen-ager partono dalla riva a nuoto perché si è sparsa la notizia che in mezzo al mare c'è un grande divo che galleggia. Sperano che si tratti di Leonardo Di Caprio in carne e ossa, invece è Topo Gigio in gommapiuma. Un gommone di albanesi salva settecentonovanta passeggeri al grido di "salite che c'è un sacco di posto". Gli altri tornano a casa camminando sulle alghe. La nave affonda. Su una lastra di ghiaccio, Cacciari spiega a Di Pietro che questa è la fine naturale dell'immunitas spettacolare contro la communitas del dolore e della finitudine reale. Di Pietro dorme, le balene ascoltano interessate, nella loro infinita saggezza.



Stefano Benni