PANTANI IL DOPING NELLE ORECCHIE
tratto da la Repubblica di giovedì 6 agosto 1998

IL DOPING sta rovinando lo sport. Basta aprire la televisione e guardare un qualsiasi processo del Lunedì per rendersi conto dei danni causati dall'abuso di sostanze stupefacenti. Giornalisti che urlano, si insultano, si alzano in piedi in preda a crisi motorie, danno sfogo a sindromi paranoidi di persecuzione ai danni di squadre e singoli, si azzuffano per ore con gli occhi sbarrati senza dare segni di stanchezza. È un triste spettacolo a cui ci stiamo abituando. Ma il doping è un problema anche di altri settori dello sport, anche se come spesso accade, se ne parla soltanto quando tutti lo sapevano già, perché parlarne quando non lo sapeva nessuno toglie il gusto di poter dire che tutti lo sapevano e non parlavano.

NUOTO - Per lungo tempo è stato di moda l'emodoping, ovvero cambiare il sangue ai nuotatori.

È NOTO che ai tempi delle grandi vittorie della Germania Est, il preparatore atletico della squadra non viaggiava sull'aereo con la squadra, ma nel bagagliaio dentro una bara, e nessuno lo ha mai visto prima di mezzanotte. Ci furono casi in cui i nuotatori furono gonfiati con aria, per migliorare il galleggiamento. Questo durò fino all'olimpiade di Seul. In quell'occasione i tre primi arrivati di una gara, una volta sul podio, si misero a scoreggiare come zampogne, e per mettergli la medaglia al collo fu necessario zavorrarli. Attualmente il settore è sotto controllo, ma c'è il caso di una nuotatrice irlandese che da un anno all'altro è diventata la migliore del mondo, con pochi effetti collaterali, se si eccettuano trenta chili di muscoli in più e la pinna caudale.

TENNIS - Alcuni tennisti come Becker e Noah hanno ammesso che nel loro sport molti atleti tirano cocaina. Il gioco a due mani è stato inventato dagli allenatori per evitare che con la mano libera i giocatori potessero sniffare durante gli scambi. In alcuni club molto chic le righe che delimitano il campo non sono di gesso, e durante la partita vengono completamente annusate. I giocatori si dividono in giocatori da erba (marijuana), da terra rossa (hascisc) da sintetico (ecstasy). Gli italiani sono giocatori da cemento, nel senso che nella Federazione tennis quando uno si attacca alla poltrona non lo schiodi più.

CAVALLI - Le "bombe" ai cavalli fanno parte della storia di questo sport. Si va da quelle semplici, come il peperoncino sotto la coda, a quelle più potenti come la simpequina, il Ribotil e la minaccia di farli cavalcare da Pavarotti. Nel mondo delle scommesse, se un giorno non c'è nessuna gara truccata, tutti protestano dicendo che c'è sotto qualche trucco.

ATLETICA - L'esempio più famoso fu quello dello scattista Ben Johnson, la cui massa muscolare aumentava a vista d'occhio e fu scoperto perché, dopo aver vinto i cento metri alle olimpiadi, non riuscì più a passare dalla porta dello spogliatoio. Poi c'erano le atlete dell'Est che si distinguevano dai mariti solo perché usavano il rasoio elettrico invece che quello a mano. Ultimamente c'è stato il caso delle fondiste cinesi che hanno battuto vari record mondiali grazie a una zuppa speciale inventata dal loro allenatore. Il problema è quello di correre con la pentola al collo.

CICLISMO - Ed ecco le dolenti note. Tutti sanno che le borracce dei ciclisti sono piene di ogni tipo di droga. Si va dalle più semplici, come le bibite energetiche o il frappè al cotechino usato da Prodi, all'Epo e ai cocktail farmacologici dei professionisti. Ci sono ciclisti che, in discesa, tengono la bocca spalancata per ingoiare il maggior numero di insetti possibile. Altri hanno finti sostenitori che, con la scusa di spingerli in salita, gli fanno le punture al volo. Dentro le ammiraglie ci sono intere farmacie, e addirittura all'inizio della corsa si dà ai corridori l'elenco di quelle aperte per turno la domenica. Al Tour la polizia francese è intervenuta decisamente, anche se dal modo in cui si è comportata, sembrava molto più impasticcata lei dei corridori.
Giusto scandalizzarsi per le droghe, ma ancora di più bisognerebbe scandalizzarsi per i grandi spacciatori di falso sport, i gangster americani padroni della boxe, le manovre dietro ogni olimpiade, i procuratori pataccari, i seminatori di miliardi in nero, le corse truccate, le pressioni degli sponsor, l'invadenza della televisione che detta ritmi e farcisce di spot ogni evento. Perché contro queste sciagure non c'è cura adeguata, mentre contro il doping c'è l'esempio dei campioni. E siamo lieti di unirci alla beatificazione di Pantani, campione simpaticissimo che abbiamo seguito fin da piccolo, quando il papà si rese conto del suo talento perché col triciclo scalava i muri di casa.
Già a quindici anni Pantanino saliva in bicicletta a San Marino dal lato dove non c'è la strada, perché se no era troppo facile. Sembrava avviato a una luminosa carriera, ma gli si abbatté addosso un'ondata di sfiga che avrebbe schiantato un plotone di duecento ciclisti. Per alcuni anni la sua maggior forma di sponsorizzazione furono le firme degli amici sui gessi. Ma il campione romagnolo ha lottato e ha scalato Cima Scalogna grazie a un piccolo segreto, una innocua forma di doping che siamo lieti di svelare. Sapete perché il pirata porta il fazzoletto sulla testa? Perché dietro alle poderose orecchie nasconde due piadine, che la mamma gli attacca con la macchina da cucire.
Quando Pantani ritiene che sia il momento di scattare, si leva il fazzoletto, aspetta che la telecamera si allontani e si spara le due piadine. Al prosciutto per le salite medie, al salame piccante e cipolla per le salite ripide, alla rucola per la discesa. A cronometro non riusciva a rendere perché, proprio come fanno i bambini con la merenda scolastica, mangiava le piadine all'inizio e poi sveniva di fame. Adesso ha imparato a dosarsi. Quando lo vedete soffrire, non è perché è in crisi, è perché la mamma gli ha fatto le piadine troppo calde e gli bruciano le orecchie.
Abbiamo svelato solo ora il segreto di Pantani per evitare che la polizia francese intervenisse e che Ullrich corresse ai ripari facendosi costruire una bicicletta speciale col telaio in wurstel. Perciò, viva Pantani che ha vendicato la nazionale di calcio. Viva Pantani che non si è montato la testa e siamo pronti a scommettere che non se la monterà mai. Viva Pantani che a fare duecento chilometri con cinque salite ci mette meno che un automobilista a fare la Bologna-Rimini con sette ingorghi. Viva Pantani che fa vestire di rosa confetto e giallo squillante le ladies in nero e i rudi bagnini. Viva Pantani che ci regala una sana ventata di politeismo pagano nel monoteismo annichilente del Dio Calcio. Viva il Piccolo Uomo Dalle Grandi Orecchie che, anche se foderato di scritte di sponsor, ci fa ancora illudere che nello sport, a differenza che nella politica, quando uno vince non diventa subito un manovriere del compromesso, ma va ancora all'attacco. Venti piadine prosciutto e peperoncino al tavolo dell'Ulivo, please.


Stefano Benni