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Stefano Benni presenta... Sagrademari

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Su mari è altu e contene muntagne e nimbi e barrancos ca la terra nun tiene
Su mari è mannu, doppu nu mari altro mari e mas altro mari appari
Su mari cagna culuri pote essere nigro come sangue rapprisu, o trasparente come il cielo, su mari cagna umori pote ridere o minacciare su mari cagna palabras e soni, pote parlari co murmuriu amicu o sciacca de ninna nenna, chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta pelagos che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.
Non vedrò mai la fine del mare ma lui vedrà la mia.
Portami a casa, dio specchiato in cielo e cielo specchiato in dio, guidami poiché io sono sospeso sulla tua grande mano d’acqua.
Amigu meu fratello germano mare

Così pensa il marinaio Odisseus s’odiosu Sinbad coddavento su piscatori balenti seduto in tronu de rezzas e oro de squammas, sotto il sole alto come una corona de re trionfanti.
E guarda lontano Odisseus Sinbad su sua barca pintada verde e oru con la vela carmilla, che piano batte l’ala de vela come una mariposa una farfalla posada sul mare, ma la mariposa stanca nun vola calma piatta bonaccia aimarada dunas de agua acqua come meli marrana lacu mortu, niente vento ni un zefiru ni sciannu ni sospiro de bentesoi ne schiaffu de tramontana.
Mantice de mistral, otre de Grecali, schiaffo di borea, fogu de sciroccu, ostro e libio, levanti e ponenti, venite a muover l’ali della barca mia, gonfiate la randa, fate culo de stoffa, fate chiagnere e pipituare chiglia e cordame, toglietemi da questo mare piatto firmu terribili come lu tempo della morti dopo la morti.

E juorno se nasconne e notte scenne.
Su mari de notti è buio come nessuna terra.
Su mari è misteru, contene il buio fosco e dint’o buio altro buio nascosto.
E stelle non vedo in esta caligna nigra, Orsamanna ti persi e ogu de Sirio e Venus castissima unde sitis dove siete pancalia luminosa perduta, come troverò nord e sud e rotta erias e pedra e terra e i segni lontani dell’uomo?
Così parlava su marinaiu Odisseus politropos Sinbad il coddavento su piscatori balenti ma vento non c’era e le stelle erano coperte, e col sole il mare de meli divenne lintea mota, lago d’inferru e bocca di vulcano e palude di lava, e il sole callente mordeva, la sete scavava la gola e tottus is demonis e i fantasimi e sa janas e sos umbras danzavano nel riflesso dell’acqua profonda.
Su mari contene monstruos che la terra non immagina.
Su mari e mannu dopo mari altro mari appari.
Su mari è anghelu e diavola mannara, su destinu pripara. Su mari è culla e bara.

Ma quale peccato accrasti quale aggio fatto per chistu castigu mavu, gridò Sinbad Odisseus e in ginocchio pregò:
Posidone deus con la barba d’alga, soffia nella mia vela.
Peleo degli abissi gelidi, mandami una veloce corrente.
Santa Blanca dei gavia e degli albatros mandami uccelli, sciami di saggientarrubia a batter l’ali e far vento e segnarmi terra.
Santo Ceto dei capodogli mandami sa balena a spingermi col muso rugoso.
Santa Rosa dei venti rosa tempestosa dammi le tue spine
San Rocco mandami acqua piovana.
Santa Elena mandami una sirena.
Maria de sas algas, aide moi.

E au mesu de mari sgorga un getto alto fino al cielo, una fontana d’acqua verde e brillante, e in cima a quell’obelisco de vedro vivo dondola un pesce meraviglioso.
Il pesce cabracho metà dorada metà scrappioi con ali di ventaglio spagnolo e baffi de corallu e sa schiena ircia de spinas agudas più che espadas e coda rubia de sanguini come un vestito di sposa uccisa.
Pisci de oru magicu pisci de vetro e corallu e seta aide me cerco sa via de nostos la via del ritorno sa via de domo
E su cabracho sputa acqua e risponde: su pisci mannu la conosce dentro al mare più profondo nella fossa adale dove la luce non arriva, ten fathom five dieci miglia a picco e fondo dieci miglia abbassu nell’ inferru, nella grande caverna de mari batipelagos zrasos zalatta.
E Odisseus Sinbad chiede: dove, quale è la rotta a navigari?
Aspetta la notte con su campu fioritu de estrellas, Odisseus perdido Sinbad e per metà dormi per metà sogna a nord o forse nord ovest tra mistrali e uranos vedrai sa costellazioni di un pesce mostro fratello a me, su scrappioin, la capidazza ispida, sa scarpigna, lo scrofu, o scorfane e tunnaie di musu e gani ma spesso chi è malvagio tiene cuore de angelo e chi è mostro ti aiuterà, segui la stella del suo occhio fino allo scoglio dell’amore salato.
Ma non c’è vento dice Sinbad.
Se non c’è vento ci sarà.
Non hais onda dice Sinbad.
Se non c’è onda si muoverà.

E in cielo appare l’occhio della scarpigna musu e cani e si alza la brezza e la nave muove le ossa ciaulandu cigolando e appare uno scoglio e sullo scoglio una sirena canta, e Sinbad è preso d’amore arrattu in un istante e si sdraia a prua ventana e ascolta.

Parole d’amore leggere
Bufera possono diventare
Passione non ha limiti come il mare
Non puoi amare senza annegare
Passione non tiene porto
Se nei suoi occhi hai mare
Di amore sei già morto.

E si alzano tutti i venti in circolo e si mordono la coda e grecali azzanna bentesoi, tramontana sfida ostro, libecciu schiaffeggia ponente, bufera e urugano e ridda e sabba e imbattu e sa barca vola in aria a pitardu scocca nelle nuvole e prende altura come sula come aquilone e poi precipita e cabra e risale e con gran tonfo si tuffa nel mare e scende scende a mare verde e più giù fat fathom five mare blu e poi mare nero e gran abisso e si posa sul fondo tra anfore e scheletri di galeoni.
Ohi ohi dice Sinbad morirò sepultu annegato e senza fiato, invece miracolo si accorge che può respirare e muoversi sott’acqua è diventato pesce o tritone, e in quel momento vede davanti a se un occhio giallo che lo guarda.
Occhio maligno di piovra, ogu de pruppumannu, ogu de vurpe.
E un tentacolo lungo come dieci gomene lo prende alla vita lo solleva lo fa entrare in una caverna.
Sa caverna dei mostri de su mari.

E vede mannara sa murena garajuni pintecaboru coi denti de sciabola iagatana.
E su calamaru spettru bianco caamà odalisca che addanza coi lunghi tentacoli.
E il cavuru granchio assassino che taglia in due.
E su pisci vampiru che succhia il sangue.
E su pisci fugu sa tracina parasaula ragno varagno che con una sola goccia di veleno ti ferma il cuore.
E sa raja la razza con la coda che morde come stizza di fulmine.

E con rumore grande arrivano il re e la regina dei mostri dell’abisso.
Rossa de fogu e pelle de, e lance di guerriero sulla testa arriva regina ligusta aragosta aliusta mangosta e al suo fianco pelle de pedra e chela de hierro re astice alifante kentra longhifanti il lupo di mare e fa scattare la forbice manna e ruggisce e dice: abbiamo un mostro nuovo nell’abisso, un piccolo pallido mostro su marinaio odioso su piscatori balenti, noi carne per lui e lui carne per noi, e afferra Sinbad nella chela e lo solleva, basterebbe che stringesse e lo taglierebbe in due come nu cantu e pani.
Aita grida Sinbad Odisseo.
Aita chiedi. Ma quando impiccato nella rete o sospeso sul bollore della pentola stridevo e chiedevo perché mi cuoci vivo mi hai tu aiutato? E i fratelli miei che hai pescato con rezzas e palamiti e bomba e fiocina, e strappato dal mare vivi a bocca aperta strozza ansante sbattendo la coda in agonia e straziau e squartau, loro non ti chiedevano aiuto?
Non sentivo non sentivo dice Odisseo Sinbad.
Poiché tu credi che l’unica lingua al mondo sia lingua d’hommine, muti ci dici. Ma come puoi dire questo? Conosci il canto delle balene i brividi del mio carapace la danza di un tentacolo le armonie che attraversano gli abissi, queste sono le parole nostre.
Considera Sinbad questa chela, arma perfetta dite vos hommines. Non è un arma, natura me la diede. Voi soli avete inventato le armi, voi soli tra gli animali usate bolas di fuoco e veleni e reti e ingegni e fiocine e tridenti per uccidere noi e il vostro branco anche.
E riempite il fondo del mare di olio nero pudescio e di spazzatura e stravu e venenos.
E con grandi navi ci inseguite e uccidete, e prendete di noi più di quanto bisogna alla vostra fame mentre nell’abisso nessuno mangia più della fame sua e della legge naturale.
La mia corazza geme ferita, la mia chela è prigioniera nella rete, il mio occhio è glauco di veleno, a mille e mille tu uccidesti i miei fratelli, tu cruce de duluri, tu sei il mostro, ritorna tra i mostri.
E lo scaglia in alto e la barca torna a galla ed è di nuovo sole a picco e calma spettrale.
Pietà pietà dice odisseo Sinbad mai più pescherò e ucciderò ma promessa di marinaio è corta come mezza corda di ancora, e svanisce come goccia d’acqua insoledada.

E viene la notte e un vento di gelo fa battere i denti a Sinbad su piscatori delira e vede nel cielo le stelle cambiare di posto e rincorrersi e cadere, navi di ferro irte di cannoni, e incendi di guerra su isole lontane e aerei in aria, e una voce di tuono viene dal mare.

Su mari è altu e contene muntagne ca la terra nun tiene
Su mari è mannu doppu nu mari altro mari appari
Su mari cagna culuri e palabras, pote parlari co murmuriu amicu o con sciacca de ninna nenna chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.

E quando si sveglia è in un mare che non ha mai visto.
Mari ialino quarzu pavimentu de diamante ametista che il sole lumizza e ingioia.
E in quello sfavillare arriva rasu de onda il pesce spada il puddiceddu lo spateddu, e sulla punta della spada come a bompressu la sardina umile la picciocchedda palassiola la saracca la saraghina il cicinello
Odisseo, dice, vedi il mare come è trasparente ora in esso poi vedere la più piccola cosa, come piccola cosa sono io, poiché di piccole cose sommerse in fondo ai cuori tuoi è fatta la tua vita, guarda laggiù in fondo al mare e capirai.

E Odisseo Sinbad vide suo padre Laerte Alì su saviu che gli insegnava a usare la nassa.
E su madre canterina che schioccava lenzuoli al sole
E il fratello morto in guerra non sua.
E una donna che amò e a cui non lo disse.
E quattro dita di vino in un bicchiere insoledado.
E una barca piccola su cui imparò a remare.
E una sera di vento in cui si sentì solo come nessuno.
E il coltello con cui ferì un amico.
E un mare nero di sangue di capodoglio, in cui un amico morì
E suo figlio con una spada di legno, contro un aereo mostro in cielo.
E Penelope mano d’aurora che riparava reti con ago lento.
E il giorno vicino e lontano che salutò la sposa e il rumore dei remi nel porto tranquillo e la sua casa a riva che rimpiccioliva.
E tutte le parole ascoltate e dette e dimenticate, tutte in quel mare annegate.

E la voce della sardina picciocchedda saraghina cresce e gonfia, ed è voce di vento forte è la voce del pisci mannu che esce dall’acqua spaccando onde, alto come dieci alberi di nave uno sull’altro e dice:
Capisci Sinbad? Tutto è nel mare ciò che sei stato, e qui devi tornare.
Qui è la tua casa il tuo destino appare ultimo mare dopo mare culla bara pelagos zrasos zalatta.
E su pisci manni con la coda battè forte, la barca si capovolse, Sinbad volò e su pisci manni lo portò in fondo al mare.
E il mare era pieno di stelle.
Mentre scendeva lento, una corrente sotterranea gli spolpò le ossa in sussurri.
Odisseo Sinbad su marinaio balenti il re padre il tritone Fleba il fenicio.
E capì che era tornato dove era nato.
E la barca dondolò sola tre notti e trovò da sola la via di terra, verso la casa di Sinbad.
E forse dentro di essa c’era Sinbad che dormiva e sognava o forse nessuno.

Su mari è altu e contene muntagne e abissi e nubi ca la terra nun tiene
Su mari è mannu doppu nu mari altro mari e altro mari appari
Su mari cagna culuri pote essere nigro come sangue rapprisu o trasparente come il cielo, su mari cagna umori pote ridere o minacciare, su mari cagna palabras e soni, pote parlari co murmuriu amicu o con sciacca de ninna nenna, chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta monstrum pelagos che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.

Stefano Benni