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Stefano Benni presenta... La tribù di Moro Seduto - L’amico americano

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I N D I C E
Una Dc tutta nuova
Gli Agnelli a Gabicce
Enrico, abbiamo il 51%
Dove sono cosa fanno
Giulione e i sacrifici
Fanfani, il fungo marziano
Economia domestica
Arrivano i tecnici
Tanassi con le ali
Caro Enrico...
L’amico americano
La grande stampa
Mi gioco il banco (di Napoli)
Per un King Kong italiano
Racchetta nera
L’ultima cena di Zac
Tema: è Natale
Le favole di nonno Gianni
Amen
Cuore di manager
La vendetta di Donat-Cattin
Mondazzoli e Rivori
Spennacchiotti all’Inquirente
Andreotti e Nembo Sid
Arrivano gli indiani
Laggiù nel Far-West
Autoblindocritica
Tutti gli indiani del presidente
Direttissima
Handicap o cavallino?
Come vivi la tua crisi
C’è operaio e operaio
Gesù, che passione
Incontriamoci
Siamo tutti in procinto
Visita guidata alle bellezze di Roma
Pubblichiamo in esclusiva un’intervista con mister Arthur James Jammellon, esperto politico americano, capo della sezione italiana della Bullets import-export, membro del Comitato Italoamericano Alpini. Mister Jammellon, dopo aver lavorato a lungo in Sudamerica, si trova ora dal 1971 in Italia, salvo brevi vacanze in Cile. Vive in una bella casa a Roma, in compagnia di un cane lupo e di un fucile telemetrico. A lui abbiamo rivolto una domanda che sta molto a cuore a tutti gli italiani.
DOMANDA. Mister Jammellon, cosa significa per l’Italia la vittoria di Carter?
RISPOSTA. Well, Jimmy Carter ha vinto perché ha preso la Virginia. Ha perso lo Jowa, ma non conta. Era preparato a perderlo. Non era preparato a perdere il Kansas. Quando ha saputo di averlo perso si è messo a piangere e a chiedere a tutti di guardarsi nelle tasche. Era convinto di averlo prestato a qualcuno. Diceva: «Ho perso il mio Kansas, ragazzi, non è per il valore, ma è che la mia prima girl-friend era di lì». Era toccante, potete giurarci. Anche il Wyoming stava per perdere. Ma poi ha vinto il Nebraska. Well, era contento come un bambino, quando ha saputo che aveva vinto il Nebraska. Dapprima ha chiesto se poteva cambiarlo con un panettone, poi se lo è tenuto. Poco dopo ha vinto anche l’Ohio, l’Oregon, e 20 boeri al liquore. Tutta la Convention è scattata in piedi. Urlavano Jimmy, Jimmy. Solo il senatore del Connecticut urlava Juve-Juve. È molto vecchio e quasi rimbambito, ma lo hanno eletto perché sa fare i comizi con la voce di Paperino.
D. D’accordo mister Jammellon, ma le ripeto la domanda. Cosa significa per l’Italia la vittoria di Carter?
R. Ford è stato molto sportivo. Ha pianto un poco, ma è umano. Quando ha dato la mano a Carter gli ha passato un caco marcio, ma è umano. Gli americani sanno perdere. Siamo una razza dura, noi. Carter è un self-made man. Ha cominciato a cinque anni a vendere noccioline, e a sette anni era già padrone del 40% di tutti gli scimpanzè americani. Ha inventato una nocciolina speciale gigante. Dopo sbucciata, il guscio si può usare come bidet. Questo potete scriverlo senz’altro sui vostri giornali. Voi avete self-made men? A quanto mi risulta, avete molti self-service men. Loro, appena diventano ministri, passano col vassoio e si servono da soli. Spazzano tutto. Ne abbiamo anche noi. Volete sapere come si chiamano in americano?
D. Signor Jammellon, se vuole glielo faccio dire in inglese da Ronchey. Cosa significa per l’Italia...
R. La stampa deve essere libera. Avete visto Il caso Watergate? Avete visto I tre giorni del Condor? Avete visto Furio Colombo? Ho partecipato alla vostra trasmissione tv la notte delle elezioni. Nei corridoi c’era un sacco di gente che ripassava l’inglese. Ho visto Emilio Fede vomitare nel tentativo di pronunciare bene Oklahoma. Ho visto parecchi giornalisti che mangiavano baci Perugina a quattro palmenti per trovare frasi da citare nei biglietti. Questo è bello. Ci hanno offerto gli spaghetti...
D. Mister Jammellon, what means for Italy...
R. Certo, in passato, c’è stata qualche piccola ingerenza americana nei vostri affari. Well, diciamo una consulenza. Quei vostri come li chiamate, fascisti, a volte sono cosi disorganizzati. Io non so cosa voglia fare Carter. Certo, non può avviare un programma di occupazione licenziando degli agenti Cia. O smantellando basi Nato. Well, noi staremo attenti a consigliarlo bene...
D. Signor Jammellon, cosa significa per l’Italia...
R. Per me Carter deve scegliere qua in Italia degli uomini, diciamo cosi... americani. Dei duri, OK? Ad esempio: Moro? No, non va. In un rodeo non riuscirebbe a stare più di due secondi sul cavallo, a meno che non gli parli in un orec- chio e lo addormenti. De Carolis? Quello va bene, è stato in America, well è fantastico, in quattro giorni ha imparato a fare le bolle con la gomma americana. Anche se dopo si è messo a piangere perché non c’era dentro la neve che cadeva. Andreotti? Be’ si, potrebbe sembrare uno che è stato molto a cavallo, su un cavallo con le sospensioni rotte. Fanfani non lo vedo su una sella, ma è cosi piccolino e grazioso che si potrebbe mettere a tener compagnia a qualche cavallo, nelle scuderie. Cossiga è perfetto con la stella da sceriffo. E Malagodi? Uguale a John Wayne. E Forlani? Uguale a Pippo...
D. Signor Jammellon, cosa significa l’elezione di Carter...
R. Well, uno dei vostri’che è veramente duro è quel Castelli. Certo che quando voi vi mettete in testa di risolvere uno scandalo, andate giù pesanti. È venuto giù dall’aereo e subito tutti a dire, accidenti, ma è Humphrey Bogart tale e quale. Ha cominciato a sparare domande terribili tipo: «Dove si mangia alla cinese?», «Perché ci sono tutti questi negri?» e «Dove posso trovare un cappello da cowboy?». Poi ha interrogato tutta la Lockheed. Uno alla volta li faceva sedere, gli tirava un cazzotto in bocca e poi chiedeva: «Ti ricorda niente questa faccia?» e mostrava una foto di Leone. Andava in bestia perché quasi tutti rispondevano: «Un cucciolo di Koala». Well, un vero duro. C’è rimasto male perché non ha trovato niente.
D. Signor Jammellon...
R. Sì, lo so, a voi piacerebbe molto che Carter mandasse i marines e portasse Berlinguer a Montecitorio o a Regina Coeli. Vi toglierebbe dall’impiccio. No? Be’, anche noi negli Stati Uniti abbiamo i nostri problemi. E poi quel Carter, è presidente ma non decide mica lui, sapete. Mi sa che dovrete proprio sbrigarvela da soli. Adesso basta, amico, vado a dare un’occhiata da Harry.
D. All’Harry’s Bar?
R. No, Harry Berlinguer. Stiamo attenti, che non si mettano delle idee in testa, quei ragazzi. Ciao, amico giornalista.