[an error occurred while processing this directive] StefanoBenni.it - La tribù di Moro Seduto - Per un King Kong italiano


Stefano Benni presenta... La tribù di Moro Seduto - Per un King Kong italiano

[ Sito “Validato W3C” — Risoluzione 800×600 — Hosting: OVH.it — WebMaster: Fabio Poli — e-mail: info@stefanobenni.it ]

I N D I C E
Una Dc tutta nuova
Gli Agnelli a Gabicce
Enrico, abbiamo il 51%
Dove sono cosa fanno
Giulione e i sacrifici
Fanfani, il fungo marziano
Economia domestica
Arrivano i tecnici
Tanassi con le ali
Caro Enrico...
L’amico americano
La grande stampa
Mi gioco il banco (di Napoli)
Per un King Kong italiano
Racchetta nera
L’ultima cena di Zac
Tema: è Natale
Le favole di nonno Gianni
Amen
Cuore di manager
La vendetta di Donat-Cattin
Mondazzoli e Rivori
Spennacchiotti all’Inquirente
Andreotti e Nembo Sid
Arrivano gli indiani
Laggiù nel Far-West
Autoblindocritica
Tutti gli indiani del presidente
Direttissima
Handicap o cavallino?
Come vivi la tua crisi
C’è operaio e operaio
Gesù, che passione
Incontriamoci
Siamo tutti in procinto
Visita guidata alle bellezze di Roma
King Kong vive in una grotta del Nuorese, contento del poco che ha. Quattro anni prima era un cucciolo di cocker, che le radiazioni della vicina e innocua base Nato hanno fatto crescere sano e forte. Catturato mentre cerca di introdursi alla Mensa Ufficiali della base, viene esposto sulla Costa Smeralda ai turisti curiosi. Gli viene messa in mano, per le fotografie, una donna in bikini, che egli continua ostinatamente a lasciar cadere. Preferisce mettersi le mani nel naso e scagliare sui presenti pidocchi grandi come Volkswagen. Viene picchiato, costretto a posare, e monetizzato.
De Laurentiis lo assume per il film King Kong. Lo scimmione è sottoposto a un ritmo massacrante: distruzione di Mottagrill, sradicamento di condomini popolari, scontri con l’aviazione e con reparti di celerini. Esausto, si ribella e incrocia le zampacce.
Il suo caso divide l’opinione pubblica. Kong viene invitato a Ring dove alcuni giornalisti spaventosamente liberi gli sparano domande che cavano la pelle come «Ma possiamo fidarci delle promesse della Dc?» o «Qual è la capitale della Bolivia?» o «Un Cesare famoso patriota, otto lettere». Kong è in difficoltà perché Falivena continua a tirargli la coda e perché la sedia sta cedendo. Kong crolla al suolo.
Per punizione viene portato a un contraddittorio con Paolo Grassi che però non vuole essere contraddetto. Senza aspettare la prima domanda, dà uno schiaffo al moderatore e caccia lo scimmione fuori dallo studio con urla e calci, dicendo che uno non può far dialettica con tutti quei peli addosso. Kong viene tenuto a digiuno.
Kong impazzisce e sale sul grattacielo Pirelli tenendo nella manona un disoccupato in pigiama, cinquant’anni, padre di quattro figli. Disappunto dei fotografi. De Laurentiis chiede l’intervento della polizia, che manda la squadra lirica. Kong, dall’alto del grattacielo, chiede una casa un posto in un circo e quattro tonnellate di banane. Andreotti, giunto sul posto, gli dice che il momento è molto difficile: non può garantire né la casa né il lavoro, ma metterà una buona parola per una macedonia, a patto che Kong sgobbi sodo nel film.
Kong, furibondo, si batte il petto ferocemente dando il via a una serie di fragorose scatarrate (quaranta gauloises al giorno!).
Viene chiamata l’aviazione. Otto aerei Lockheed. Sei esplodono alla partenza, il settimo, che è quello personale di Moro, si dirige istintivamente verso la Fiera del Levante. L’ottavo giunge sul grattacielo Pirelli, ma il portello non sgancia in tempo la bomba, che fortunatamente cade in una zona di dormitori operai.
Finale: i cecchini cecchinano Kong sparandogli in punti non vitali, quali gli occhi. Lo scimmione ribelle precipita dal grattacielo Pirelli e resta morto al suolo, come un grosso monito. I giornali ne traggono spunto per fare un parallelo tra Kong e la nostra economia. Grassi annuncia una rappresentazione popolare dell’Otello in cui Jago sarà uno scimpanzè. Zaccagnini, nonostante abbia quasi trentasette e mezzo di febbre, si alza e dichiara: «Povera bestia». Il giudizio dell’«Unità» è estremamente cauto.
È opinione comune che Andreotti esca dalla vicenda notevolmente rafforzato.