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Stefano Benni presenta... La tribù di Moro Seduto - Le favole di nonno Gianni

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I N D I C E
Una Dc tutta nuova
Gli Agnelli a Gabicce
Enrico, abbiamo il 51%
Dove sono cosa fanno
Giulione e i sacrifici
Fanfani, il fungo marziano
Economia domestica
Arrivano i tecnici
Tanassi con le ali
Caro Enrico...
L’amico americano
La grande stampa
Mi gioco il banco (di Napoli)
Per un King Kong italiano
Racchetta nera
L’ultima cena di Zac
Tema: è Natale
Le favole di nonno Gianni
Amen
Cuore di manager
La vendetta di Donat-Cattin
Mondazzoli e Rivori
Spennacchiotti all’Inquirente
Andreotti e Nembo Sid
Arrivano gli indiani
Laggiù nel Far-West
Autoblindocritica
Tutti gli indiani del presidente
Direttissima
Handicap o cavallino?
Come vivi la tua crisi
C’è operaio e operaio
Gesù, che passione
Incontriamoci
Siamo tutti in procinto
Visita guidata alle bellezze di Roma
Era una bella sera di dicembre. Il fuoco ardeva nel caminetto nel reparto fusione della Fiat Mirafiori. Gli operai stavano attorno alla fiamma, e sul loro viso il calore disegnava un riverbero sanguigno. Al centro tra loro, brizzolato e impeccabile, sedeva nonno Gianni. Carezzava con la mano destra un pastore tedesco e con la sinistra Gianluigi Gabetti. Ogni tanto urlava «Cuccia!» e Gabetti e il pastore si appiattivano a terra terrorizzati, al che nonno Gianni, benevolo, diceva: «Ma no, ma no, chiamavo Enrico Cuccia della Mediobanca». E il caporeparto, uomo rozzo e aduso alla fatica, disse: «Nonno Gianni, qua per noi operai va sempre peggio. Raccontaci una delle tue favole».
Nonno Gianni accese la pipa e con voce calma e profonda iniziò:
«C’era una volta, al di là dei mari, una lega di paesi molto ricchi che si chiamavano il paese dei califfi. In esso c’erano miniere di un liquido molto pregiato, che faceva muovere le macchine, e fiammeggiare gli accendini. I califfi di questo paese erano diventati, in breve tempo, spaventosamente ricchi. Rahun-el-bashid, sceicco di Haman, aveva 606 Cadillac, color panna, con 606 autisti color cioccolato, e una volta gli ruppero 606 deflettori e gli rubarono 606 mangianastri e il suo assicuratore si buttò nel Nilo. Suo cugino, Ahmar-el-Cafi il benevolo, andava tutti i week-end a Londra a comprare pizze. Gli piacevano moltissimo. Ne aveva più di due milioni. Le più rare erano al prosciutto e lapislazzuli, e una Margherita che piangeva e sapeva dire “Mamma” e “Origano”.
«L’emiro di Hahamt, Bir-el-hungabi il giocatore, perse 90 milioni a scalaquaranta contro Omar Sharif.
«C’era poi il califfo Samhalan il pio, che pregava 12 volte al giorno, per un totale di 22 ore e nelle restanti due ore telefonava in teleselezione al suo confessore canadese.
«Il paese dei califfi, insomma, trasudava benessere da ogni poro. Ma i califfi si annoiavano. Non sapevano più cosa comprare. Uno di essi, Ahmar-el-Salem, si recò allora in un paese chiamato Italia. Giunto in una città chiamata Milano, vide, davanti a un teatro, signori in frac e signore ingioiellate che si recavano a uno spettacolo.
«“Che cosa succede?” chiese il califfo a un poliziotto.
«“Stiamo dando la prima di un’opera lirica nel quadro di un riavvicinamento tra il popolo e l’arte” rispose tranquillo il poliziotto.
«“Davvero?” disse il califfo, e in quel momento giunse Paolo Grassi urlando: “Via di lì, lei! Non compriamo tappeti! Guardi che questo è il teatro popolare più esclusivo del mondo!”. Tosto dieci poliziotti afferrarono il califfo e gli diedero una salutare lezione popolare.
«Ahmar-el-Salem tornò nel suo paese e disse ai califfi riuniti:
«“Amici, c’è in Europa un paese ricco a dismisura. Pensate che in esso c’è un teatro popolare dove si va in visone e in smoking. Gli industriali, che sono alla fame, hanno miliardi di valuta all’estero. Il governo regala soldi alle grandi industrie, i deputati chiedono aumenti, gli editori hanno disavanzi di miliardi e non battono ciglio.”
«“Incredibile” dissero i califfi, sgranando gli occhi secondo una tradizione che in quei paesi si tramanda di figlio di padre in figlio.
«“Vi giuro! Pensate, se questa è la crisi cosa sarà quel paese quando la sua economia sarà un po’ più florida.”
«“Bisogna investire in Italia” dissero i califfi. E tutti inforcarono lambrette, jeep, e aerei personali, Jumbo, elicotteri e panfili, e fecero rotta verso l’Italia.
«Fu così che un giorno, mentre rifacevo per la terza volta i conti dell’affitto, e mi arrabattavo per tirare avanti fino al 27, si aprì la porta e vidi davanti a me il colonnello Gheddafi. Serio e silenzioso, mi salutò, pregò tre volte rivolto alla Mecca e poi disse: “Hai jamman in di heilan un hemman”.»
«Che cosa vuol dire?» chiese il caporeparto operaio, uomo rozzo e limitato.
«Studiati l’arabo» disse seccamente nonno Gianni e continuò: «Insomma, grazie a Cuccia e Gabetti e alla buona sorte la trattativa andò avanti, e io vendetti il 10% della Fiat. Appena si seppe la notizia, tutti gli altri italiani si diedero da fare per entrare anche loro in affari con la Libia. Cefis si offrì di inquinare tutto il Sahara, comprese le oasi, e creare una nuova razza mostruosa di cammelli a schiena liscia. Attilio Monti disse subito, andate a comprarmi un Corano, e ci rimase molto male quando glielo portarono, perché credeva che fosse un uccello, e aveva già preparato il trespolo e i bruscolini. Allora pregò tre volte rivolto a Montecitorio e tre volte a destra, nel far ciò seminando un bel po’ di assegni, e urlò disperato: “Allah, allah, sarom, sarom!”. Ma nessuno gli diede retta. E i giornali dissero: “che ne sarà della nostra libertà”, e la borsa disse: “che ne sarà dei miei titoli”, e i finanzieri: “che ne sarà del nostro denaro?”. E io dissi: “state tranquilli. Nessuno toccherà i vostri guadagni; anzi, il capitale straniero ci aiuterà a uscire dalla nostra crisi”».
«E gli operai?» chiese il caporeparto, uomo rozzo e inopportuno.
«Gli operai» rispose nonno Gianni «cosa c’entrano gli operai? Questa è alta finanza. Questo è l’affare del secolo. Per gli operai, si vedrà. Forse, chissà, anche per loro... risolti naturalmente gli altri problemi...»
«È proprio una bella favola» dissero gli operai commossi, e tornarono al lavoro, stanchi, ustionati, ma contenti che nonno Gianni vegliasse su di loro.