Stefano Benni presenta... Non siamo stato noi - E’ morto Cimoni

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I N D I C E
gli extraterrestri
Tutta la verità sul caso Skappler
Caso Skappler: arrivano gli alpini
I mostri d’estate
Aiuto gli Ufo
Anche per oggi non si vola
La fatina dai celerini turchini
Pianeta proibito
tutto quanto fa spettacolo
La gente bene
A proposito di maiali
Delitto a San Siro
Piccole emozioni
Portoinsvizzera
Vacanze tranquille
questi benedetti giovani
Offerte di lavoro
Okay, okay
Se potessi avere cento punti al mese
Radio libera
Prima della riforma
Trovar casa a Bologna
Qualche appunto per un decennale
culturame
E’ morto Cimoni
Diario di un intellettuale
Una lezione di Berto
Finansa maledetta
Vademecum Di Bella
La maturità di Francesconi
sui massimi sistemi
Amnesy International
Il tempo, il tempo
Facciamo un altro disoccupato
Caro Enrico
Telegrammi
Frasi celebri
Sacrilegio nella santa stalla
alla guerra come alla guerra
Oh, quante belle teste
Oktoberfest
Il computer
Piove
Stato di primavera
forza italia
Forza azzurri
I misteri della fede
Ultime notizie dall’Italia
Era il migliore di tutti noi
Il mondo della cultura italiana è in lutto. E’ morto ieri, nella sua villa di Rapezzoli (Siena), luogo natale, il pittore, scultore, scrittore e critico Aspero Cimoni. Considerato uno degli artisti più importanti del movimento post-inizionista, ha esposto in tutti i maggiori musei del mondo. Sue sculture si trovano anche nel Gran Canyon del Colorado e nei giardini reali di Londra. E’ stato anche scenografo e di lui si ricordano due memorabili allestimenti di Tosca all’Arena di Verona, e di Disconeve al palazzo del ghiaccio di Milano.
Come critico, lo ricordiamo autore di un indimenticabile Byron, la fine del mito e il mito della fine e del saggio Controriforma, cattolicesimo e mass-media.
Fece anche l’attore in Fellini Otto e mezzo e in alcuni film del terrore, dove si specializzò nel ruolo dell’appestato. Fu anche insuperato Jago in un Otello verdiano diretto da De Sabata, e in coppia con Wilma de Angelis, con Aprite le finestre giunse secondo al festival di Sanremo del 1954. Compositore di numerosi motivi di successo (ricordiamo tra gli altri Tu Roma del mio cuore, Addio non è arrivederci, Serenata così cosà), fu anche giornalista di grande talento e diresse, dal 1960 al 1964, «Il Messaggero» di Roma, il settimanale «Le Ore», e fondò le riviste «Incontri», «Edera verde», «La voce del marinaio», «Piante e giardini», «Confronto» e «I re del gol».
Come ballerino, fu per tre anni il partner preferito di Ludmilla Tereskova. Come pianista, è ritenuto il maggior interprete di Chopin di tutti i tempi.
Fu anche nazionale italiano di calcio, nel ruolo di ala destra, ai campionati del mondo di Berlino, e suo è il gol con cui l’Italia batte l’Ungheria 1-0 in semifinale.
Fu anche a lungo recordman italiano dei 1500 metri con 3 minuti e 45" e 6", e fu il primo al mondo a scalare la parete nord del Cervino con gli schettini a rotelle. Fu anche alcuni anni ministro delle Finanze e presidente dell’Unione mondiale chef. Ultimamente lavorava pochissimo e frequentava pochi amici, tra cui il poeta Montale e il subacqueo Maiorca, ritirato nella sua villa di Varezzoli (Palermo) dove era nato, in compagnia della fedele Lidia, sua sesta moglie, che lo accudiva amorosamente, ed era presente a conforto della sua fine. Così lo ricordano la moglie e il critico Cartucci.


La moglie Lidia:

Conobbi Aspero a una sua mostra. Di lui mi colpì la modestia, il pudore direi, con cui parlava dei suoi quadri e del suo lavoro. Malgrado tutta quella gente, e i critici in particolare, fossero venuti lì per lui, egli sembrava quasi infastidito, e quando io cercavo di spostare il discorso sulla sua pittura, rispondeva: «Uffa. Scopiamo o no?» Alla fine mandò via tutti e mi prese tra le braccia. Furono mesi di intensa passione. Il Maestro era sconvolto, diceva, dalla mia bellezza. Mi ritraeva in tutte le forme, in tutte le pose, ad acquerello, a tempera e a guazzo, mi scolpiva con la cera, con il pongo, con il marmo. Una volta la polizia lo fermò mentre martellava una colonna della metropolitana per farci il mio profilo. Un’altra volta, al ristorante Caprioli, smise d’un tratto di mangiare e fece con la mollica di pane un mio nudo alto mezzo metro, e poi litigò con lo chef perché voleva una carotina per fare il naso, e fu cacciato via con la forza.
Fummo molto felici insieme. Io lo amavo. Lui mi amava, anche se continuava a chiudersi a chiave con due modelle nude per volta, e non capivo perché, dal momento che in quel periodo faceva solo quadri raffiguranti bottiglie. Era, di carattere, assai timido e scontroso. Non aveva amici, al di fuori di Montale e Maiorca. Con Montale si trovavano una sera sì e una sera no a parlare di letteratura. Montale diceva «sto leggendo Swift» e Aspero diceva «robaccia. Devi leggere Sterne, invece.» E Montale «romanticume. Leggi Rabelais.» E Aspero «Volgare. Dovresti leggere Turgheniev.» E andavano avanti così, finché uno non restava senza nomi o si sbagliava e ripeteva un nome di autore già detto prima. Il perdente doveva fare una penitenza che era quasi sempre telefonare a casa De Chirico e chiedere «pronto, c’è Ciccio?» oppure andare a comprare Topolino, che ambedue adoravano, ma che ambedue si vergognavano a chiedere all’edicola.
Erano molto affiatati, finché un giorno, anzi una notte, ormai verso le tre, erano ancora lì che sciorinavano nomi di scrittori, ormai allo stremo, e avevano esaurito tutto lo scibile letterario umano da Omero a Erich Segal, quando Montale, in difficoltà e sudando, disse «devi leggere Poniarewsky.» «Non esiste, non esiste» urlò Aspero, «ho vinto io.» Montale disse che Poniarewsky esisteva, era un polacco di cui lui aveva letto un libro da piccolo, e urlò che non tollerava d’esser ritenuto un bugiardo. Aspero ribattè, si azzuffarono e quando li divisi si erano graffiati come gatti e Aspero stava per calare sulla testa di Montale una enciclopedia Treccani. Non si frequentarono mai più. Anzi, quando ad Aspero chiedevano di Montale, rispondeva «Montale? Cos’è? Un paesino dell’Appennino?» Un vero peccato.
Con Maiorca, invece, l’amicizia era molto profonda. Si trovavano ogni settimana, riempivano la vasca da bagno di acqua e facevano a chi resisteva più tempo sotto. Il Maestro, malgrado i suoi settantadue anni, era ancora molto vispo e giovanile, e il dottore diceva che aveva il cuore di uno di quarant’anni; quando gli dicemmo che infatti il Maestro aveva subito un trapianto ci rimase molto male. Comunque, Aspero e Maiorca resistevano sott’acqua anche dieci minuti alla volta: vinceva a volte uno, a volte l’altro. Poi facevano insieme una grande mangiata di fettuccine e castrato, e poi sempre insieme una nuotata al largo, andavano a prendere il pesce fresco alle barche che pescavano vicino alla Jugoslavia. Questo durò finché il Maestro non cominciò a diventare ipocondriaco. La sua attenzione alla propria salute cominciò a diventare morbosa. Aveva un vero e proprio terrore delle malattie. Girava sempre con tre termometri: uno in bocca, travestito da sigaro, uno sotto l’ascella, nascosto dentro un giornale, e uno nel retto, dissimulato da pantaloni molto larghi, che però non evitarono che si spargesse tra gli’abitanti di Ranizzoli la voce che il Maestro era il diavolo. Appena uno dei tre termometri segnalava un aumento della temperatura, il Maestro si precipitava a letto e si chiudeva in un sacco di cellophane, come un pollo di supermercato, e restava lì sigillato finché l’ultimo bacillo non se n’era andato. Una volta che un virus del morbillo lo aspettò nascosto dietro un armadio e lo morse a un piede mentre si metteva le pantofole, il Maestro rimase così scosso che diede ordine di riempire un grande vaso di alcool, si fece chiudere dentro e ci rimase un mese, come diceva lui, per «disinfettarsi per bene.»
In quel periodo venne in Italia un giornalista inglese, del «Times», per intervistarlo, e il Maestro si fece portare davanti a lui dentro al vaso, sopra una portantina. Il giornalista scrisse poi che il Maestro gli aveva dato l’impressione di una persona calma e riflessiva, ma alquanto spenta. Poco dopo si scoprì che in realtà il giornalista aveva intervistato dieci chili di melanzane sott’olio, mentre lo strano sapore che avvertivamo nei cibi da un mese era dovuto al fatto che stavamo usando come condimento il sugo del Maestro. Per fortuna, quel periodo passò. Aspero tornò normale. Era solo diventato maniaco dell’igiene dei denti e li lavava non solo prima e dopo i pasti, ma anche durante i pasti, con difficoltà immaginabili. Inoltre prendeva ogni sera tranquillanti in dosi da suicida, e la mattina non sapevo mai se lo dovevo svegliare col cappuccino o con la lavanda gastrica.
Purtroppo, l’anno scorso, ebbe una ricaduta e si mise in testa di avere il morbo di Hogdorff. Il morbo di Hogdorff, così chiamato dal dottore norvegese che per primo riuscì a isolare il bacillo chiudendolo in una tazza rovesciata sul tavolo, è un morbo molto raro che colpisce gli eschimesi alle mani, a forza di tirare su la lampo dei calzoni con i guanti di pelo. Malgrado gli dicessimo che assolutamente per lui non esistevano né le cause né i sintomi dèi morbo, egli si fissò sempre di più che le sue mani erano perdute, e si fece inviare dalla Norvegia quintali di grasso di foca, unico rimedio conosciuto per alleviare i dolori del morbo di Hogdorff. Era sempre unto da capo a piedi e scivoloso. Qualsiasi cosa prendesse in mano, schizzava via come una saponetta. Puzzava in modo nauseabondo e lasciava dietro di sé una scia di grasso, come una baleniera. Deperì rapidamente. Non dipingeva quasi più, né scriveva, né cantava. Solo, talvolta, disegnava su un foglio la figura di una foca aureolata di luce, nell’atto di benedire. Neanche la notizia che aveva vinto il premio Viareggio lo turbò. Né lo ravvivò la notizia che un suo vecchio film Papaveri a primavera, girato con scarsi mezzi da giovane utilizzando come pellicola le bretelle degli amici, era stato ripescato e godeva di un grande «revival» in America. Pochi giorni fa, scrisse la sua ultima poesia, Bacillo infame, che può essere considerata il suo testamento spirituale.
Mise in ordine il suo unico paio di scarpe. Si vestì tutto di bianco e andò sulla spiaggia. Aprì le braccia, urlò «mare, prendimi tra le tue braccia» e cominciò ad avanzare, con l’intenzione di farsi a poco a poco sommergere dalle onde. Purtroppo quel giorno c’era bassa marea e stremato, dopo otto chilometri di camminata, aveva l’acqua ancora all’ombelico. Tornò a casa di umore nero. Due giorni dopo, fu investito da un motorino Garelli mentre andava a comprare un chilo di cipolle.


Anselmo Cartucci (critico):

Conobbi il Maestro a casa di Blasco, il pittore spagnolo, e ne ebbi subito una forte impressione. Mi ricordo che mi colpì soprattutto la sua straordinaria cultura artistica. Riconobbe subito un Kandinsky dopo pochi secondi, anche perché asseriva che era suo e che gli era stato rubato dalla seicento parcheggiata sotto casa.
Quando seppe che anch’io dipingevo, mi strinse calorosamente la mano e mi invitò a pranzo per il lunedì dopo. Parlammo a lungo: di lui mi colpì il modo dimesso con cui parlava della sua poesia, con una sorprendente modestia, con pudore direi, e le sue scarpe, una da tennis con una palla infilata nel calcagno e uno zoccolo olandese. Parlammo anche d’arte. Disse di preferire a tutti Goya, «con le sue atmosfere allucinate» e i fiamminghi, «con quei bei meloni». Sfogliammo un catalogo ed egli si fermò estasiato davanti alla natività del Tintoretto.
«Vede, Cartucci», mi disse, tremando, come preso da una febbre improvvisa, «vede là, nell’angolo a destra in alto, vicino alla cometa» e mi mostrò un angelo, un particolare infinitesimo del grande quadro.
«Sì Maestro» dissi io.
«lo ho un cugino tale e quale», disse e scoppiò a ridere nel suo bel riso veneto. Capii che era molto infelice.
Quella sera Blasco e i suoi amici del movimento Atomista fecero un happening: si spogliarono nudi e si fecero dipingere un zero sulla pancia e un sette e mezzo in testa, per sottolineare la superiorità dello spirito sulla materia. Il Maestro era entusiasta e divertito e stupì tutti preparando delle tartine informali, in cui il disegno dei capperi e del salmone ricordava il Klee prima maniera. Blasco, entusiasta, ne mangiò duecentoquindici. Solo Barzotti, il neofigurativo, chiese seccamente se non c’era una tartina con un paesaggio lombardo, e Blasco lo inseguì per tutta la mansarda, poi per i tetti cercando di colpirlo con un bronzetto. A fine sera Giugkewitz parlò dell’ocra e dell’uso di rottura che ne aveva fatto Picasso. Il Maestro lo contestò vivacemente e disse che Picasso usava molto l’ocra perché era l’unico colore che i nipotini non gli rubassero mai. La discussione degenerò: Giugkewitz chiamò il Maestro «neoromantico» e «paleosurrealista», e il Maestro col suo pudore definì il Giugkewitz «stronzo» e i suoi quadri «campionari da imbianchino», e lo accusò di usare limoni vivi per le sue nature morte. Li fermammo mentre stavano per venire alle mani.
Il Maestro improvvisamente disse: «Beh, me ne vado.» Salutò tutti cordialmente e sparì. Al momento di andarcene anche noi, scoprimmo che aveva scritto di nascosto sul loden del Giugkewitz «Sementi Sgaravatti», e disegnato anatomie scurrili. Era proprio del suo carattere ligure l’essere vendicativo. Il lunedì tornai a casa sua: mi dissero che stava molto male. Capii che era solo una pietosa bugia. Era già stato seppellito da due mesi. Ma il suo pudore, gli aveva impedito di dircelo.