Stefano Benni presenta... Non siamo stato noi - Una lezione di Berto

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I N D I C E
gli extraterrestri
Tutta la verità sul caso Skappler
Caso Skappler: arrivano gli alpini
I mostri d’estate
Aiuto gli Ufo
Anche per oggi non si vola
La fatina dai celerini turchini
Pianeta proibito
tutto quanto fa spettacolo
La gente bene
A proposito di maiali
Delitto a San Siro
Piccole emozioni
Portoinsvizzera
Vacanze tranquille
questi benedetti giovani
Offerte di lavoro
Okay, okay
Se potessi avere cento punti al mese
Radio libera
Prima della riforma
Trovar casa a Bologna
Qualche appunto per un decennale
culturame
È morto Cimoni
Diario di un intellettuale
Una lezione di Berto
Finansa maledetta
Vademecum Di Bella
La maturità di Francesconi
sui massimi sistemi
Amnesy International
Il tempo, il tempo
Facciamo un altro disoccupato
Caro Enrico
Telegrammi
Frasi celebri
Sacrilegio nella santa stalla
alla guerra come alla guerra
Oh, quante belle teste
Oktoberfest
Il computer
Piove
Stato di primavera
forza italia
Forza azzurri
I misteri della fede
Ultime notizie dall’Italia
Era il migliore di tutti noi
Umberto Berto è nome noto a tutti. Da anni le sue ricerche sulla cultura popolare appassionano e dividono gli intellettuali italiani. Siamo lieti di pubblicare, in esclusiva, alcune sue lezioni del corso di laurea in cultura popolare, tenute quest’anno all’università di Milano.
Si fa un gran parlare, di questi tempi, di «cultura popolare». Spesso questo termine è occasione, per gli intellettuali, di elucubrazioni sociologiche e semiologiche ben lontane dalla realtà del popolare. Proprio di questi intellettuali è l’uso di un linguaggio assolutamente iniziatico che di fatto emargina dalla fruizione proprio i destinatari del messaggio, ovvero, i creatori del popolare. Per fare chiarezza, anzitutto, diciamo che cos’è cultura popolare, per poterci poi spiegare con tutti. Cultura popolare è qualcosa che non esiste. Chiaro? Questa filastrocca del Calendario Barbanera 1975:
«Cara hostess d’aviogetto
tu mi chiedi se quest’anno
potrai fare un bel viaggetto
senza rischi e senza danno
non avrai dirottamenti
se chi molto in alto sta
tutelare gli innocenti
dai fanatici saprà».
Oppure, questo brano (tratto da un giornale femminile popolare):
«Lui la prese tra le sue braccia selvagge e lei si sentì trasportare nel sole lungo un fiume, su un’isola piena di aironi rosa, in una capanna di paglia, dove non ci sarebbe stato nient’altro che una brace per cucinare e una stuoia per fare all’amore».
Nei miei «Safari popolari», quando andavo in giro per la campagna a caccia di novantenni vispi e canzoni vergini, ho avuto non poche soddisfazioni, quali il vedermi offrire bicchieri di vino, carezzare in testa alcuni vitelli e mettere ben cinque volte un dito nelle gabbie dei conigli (due volte senza danni rilevanti) ma niente mi ha dato la soddisfazione di questa breve composizione che un poeta contadino, Amelio Villotti, mi ha recitato nel registratore, mentre scaricava una tonnellata di fieno da un carro tutto fatto a mano.
«Cai vegna a scarga’
invezi ad star là
con cla melanza in man
fiol, d’na perticana
le el terz ntla setimana
cai ven a spaca’ e bai».
(Che venga a scaricare / invece di stare là / con quella melanzana in mano (nella fantasia del contadino, il microfono diventa un oggetto della natura) / figlio di una perticana (strega? figura mitologica?) / è il terzo in una settimana / che viene a scaricare le balle di fieno). (Almeno così credo).
Dopo ciò, mi levai la maglietta, e mi misi a scaricare il fieno a torso nudo. E a questo punto successe una cosa bellissima: cultura popolare e cultura accademica si incontrarono. Da una balla di fieno, un ragno rosso e ripugnante mi si arrampicò sulla manica. Urlai «un Aracne rubrus luciferi!» e svenni. Quando mi ripresi, vidi il contadino che rideva e cantava:
«Ragno peloso
ragno virtuoso
ragno ripugnante
raccolto abbondante
ragno di fieno
non porta veleno».
Egli, nella sua saggezza arcaica, aveva capito prima di me ciò che la mia cultura mi negava; l’aracneus rubrus luciferi era assolutamente innocuo! Per dimostrarmelo, egli se lo mise in bocca e lo mangiò. Svenni nuovamente.
Alcuni mesi dopo tornai nella zona dove, in una risaia, registrai questo canto di mondine.
Un due tre
la Peppina fa il caffè
fa il caffè e la cioccolata
la Peppina è straincazzata
trentamila di pensione
la Peppina fa il friggione
ventimila per l’affitto
la Peppina fa il soffritto
quattro cinque sei
la Peppina fa gli osei
fa gli osei con la polenta
la Peppina s’addormenta
s’addormenta e sogna Moro
«Su Peppina, sacrifìci»
sette otto nove
la Peppina fa le uove
fa le uove e poi le sbatte
col liquore e con il latte
sul giornale stamattina:
«Arrestata la Peppina
avea fatto con il Vov
ben cinquanta molotov».
Al termine della canzone, una camionetta della Celere piombò sul gruppo e arrestò tutte le mondine, sotto la accusa di istigazione a delinquere. Risultò poi che tutte avevano una casa in campagna e che nel 1972 una di loro aveva venduto un formaggio fresco a una zia di un cugino del fratello di uno che andava allo stesso bar del benzinaio di Bifo.
Proseguii il mio viaggio e capitai nella Val Sportella, una valle genuina e autentica dove tutto è fatto a mano con il legno: (il sindaco è una cassapanca democristiana). Qua assistetti a un gioco popolare di ragazzi che si chiama Rubasusina e consiste nel catturare una susina nel giardino di un possidente. Il possidente può difendersi o saltando in cerchio su una gamba sola o chiamando i carabinieri. Quasi sempre sceglie la seconda soluzione. I carabinieri arrivano e comincia l’«acchiappino»: il ragazzo scappa gridando:
«Sgura, sgura
ghè la questura (scappa, scappa, c’è la questura).
E il carabiniere lo insegue. A un certo punto del gioco il carabiniere urla: «Nino, nino, mi vien lo scivolino!». Scivola a terra e dalla pistola gli partono dodici colpi. Se almeno uno dei dodici colpi va a segno, il gioco finisce. Se no ci sono i posti di blocco, eccetera. Al termine del gioco, si dovrebbero scambiare i ruoli: i carabinieri a rubare le susine e i bambini con le pistole. Ma non succede mai.
Prima di andarmene, registrai comunque la seguente filastrocca che i vecchi del paese recitano la sera, davanti al tramonto. La filastrocca di Pierino Democristiano:
Pierino Democristiano voleva un carretto a mano e scrive al Vaticano.
E il Vaticano finanziò Sindona che finanziò la Dc che finanziò Arcaini che finanziò Caltagirone che fece la palazzina che ci entrò il sottosegretario che diede il permesso a Crociani che si costruì la villa che ci venne Lefebvre che prese i soldi dall’Antilope che li aveva dalla Lockheed che li diede ad Anderson che li regalò al petroliere che corruppe la banca che finanziò Cefis che fece i fondi neri che andarono al ministro che segreto militare che fece espatriare il fascista che prendeva ordine dal colonnello che prendeva ordine dal pezzo grosso che prendeva ordine dalla Cia che finanziò il movimento cattolico che s’iscrisse alla Massoneria che lo disse a Sindona che finanziò il Vaticano che regalò il carretto a mano a Pierino Democristiano
Chiudo la mia prima lezione con due esempi di canzone popolare «politica», da me sentiti in due città: il primo è a Napoli dove al mercato del pesce ho sentito cantare:
«La Dc nun se lava
resta siempre sporca e’ Gava».
E a Bologna, dove il coro dell’Antoniano canta (sulle note della canzone Johnny Bassotto):
«Chi ha tirato il sampietrino
chi sa-rà
e ha rubato al cantoncino
chi sa-rà
io non ero non sono stato / a far quelle cose lì / ero a far servizio d’ordine al Pci
che poliziotto
catalanotto
con le manette arresta tutta autonomia
scopre il complotto / se un vetro hai rotto
ti sequestra la pi trentotto / perquisisce
la libreria
poliziotto catalanotto / è il più gamba che
ci sia».
Vi ringrazio dell’attenzione, e ringrazio particolarmente quello studente che mi ha portato una ricotta fresca. Purtroppo non posso accettarla primo per una questione di principio e secondo perché devo ancora smaltirne tre tonnellate dell’ultimo giro in Val d’Aosta. Alla prossima lezione.