Stefano Benni presenta... Non siamo stato noi - Facciamo un altro disoccupato

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I N D I C E
gli extraterrestri
Tutta la verità sul caso Skappler
Caso Skappler: arrivano gli alpini
I mostri d’estate
Aiuto gli Ufo
Anche per oggi non si vola
La fatina dai celerini turchini
Pianeta proibito
tutto quanto fa spettacolo
La gente bene
A proposito di maiali
Delitto a San Siro
Piccole emozioni
Portoinsvizzera
Vacanze tranquille
questi benedetti giovani
Offerte di lavoro
Okay, okay
Se potessi avere cento punti al mese
Radio libera
Prima della riforma
Trovar casa a Bologna
Qualche appunto per un decennale
culturame
È morto Cimoni
Diario di un intellettuale
Una lezione di Berto
Finansa maledetta
Vademecum Di Bella
La maturità di Francesconi
sui massimi sistemi
Amnesy International
Il tempo, il tempo
Facciamo un altro disoccupato
Caro Enrico
Telegrammi
Frasi celebri
Sacrilegio nella santa stalla
alla guerra come alla guerra
Oh, quante belle teste
Oktoberfest
Il computer
Piove
Stato di primavera
forza italia
Forza azzurri
I misteri della fede
Ultime notizie dall’Italia
Era il migliore di tutti noi
Un gruppo di operai e operaie di un’azienda emiliana ha scritto poco tempo fa una lettera molto simpatica e spiritosa, anche se raccontava di situazioni difficili. Parlavano della lotta che da mesi conducono contro la minaccia di licenziamenti, e delle apparizioni paterne del padrone che continua a dire «ragazzi, in fondo anch’io rischio il licenziamento.» Concludevano dicendo: «Noi abbiamo provato a immaginare qualche padrone, e qualche ministro, che si trova improvvisamente licenziato e disoccupato. Per quanto cerchiamo di immaginarlo, non ci riusciamo. Vuoi provarci tu?». E’ proprio vero. Anche lasciando andare la fantasia e sforzandola, ci sono cose che non si riescono a immaginare, che non accadono neanche nel mondo lontano dei sogni. Comunque, proviamoci.
Dunque, una mattina di dicembre l’avvocato Agnelli tutto elegante si mette i ciappetti in fondo ai pantaloni principe di Galles. Prende la bicicletta appesa nell’ingresso e, alle cinque e mezza di mattina, si prepara a pedalare in mezzo alla nebbia fino al suo posto alla Fiat. Ma da sotto la porta vede sbucare una lettera. Dice: «Egregio dottor Gianni Agnelli, sede. La nostra direzione si duole di informarla che, per superiori esigenze di bilancio, questa azienda è costretta dal trentuno del corrente mese a fare a meno della sua prestazione. Il provvedimento è motivato, oltre che dalla grave situazione economica, dall’onerosità dei suoi servizi. Nella sua ultima nota di rimborso spese leggiamo infatti: ventidue milioni per viaggi in aereo Roma-New York. Caro avvocato, esistono anche i traghetti. Del tutto eccessive poi le spese di ristorante ma cosa sono quei conti di duecentomila lire all’Hilton? Possibile che suo fratello e i suoi amici non possano mai andare a un self-service? Sottolineiamo inoltre il suo assenteismo, con la scusa dello yacht che la lascia a piedi senza nafta. Dice che la nafta costa troppo? Vada a nuoto! Mi dice che ha dei figli e una squadra di calcio da mantenere. Riduca la paghetta al figlio e i premi partita alla Juventus. Duecento lire a punto e una tartarughina ogni gol. Inoltre lei si è sempre rifiutato di fare gli straordinari, come firmare gli assegni con la sinistra e sciare dopo le cinque del pomeriggio. Ciò non è bello. In allegato le uniamo assegno con la sua liquidazione: cinquemila camicie direttamente versate in banca a Lugano. Distinti saluti.»
L’avvocato Agnelli non batte ciglio, compra la Fiat e si fa riassumere.
La seconda lettera arriva al ministro Lattanzio. Il ministro sta affrontando i problemi dei suoi dicasteri, Trasporti e Marina mercantile, e Gioia sta cercando di vendergli per dieci miliardi una balena con rimorchio e carrozza ristorante.
Arriva la lettera: «Onorevoli ministri Lattanzio e Lattanzio, con la presente vi comunico il vostro licenziamento dai ministeri dei Trasporti e della Marina mercantile, nonché da dodici commissioni, trentatré sottocommissioni e nove enti pubblici. Siete pregati di sgomberare i vostri uffici entro mezzanotte di domani. I vostri segretari e sottosegretari verranno raccolti con apposito servizio pullman e riportati a casa. Firmato: il segretario della commissione personale Vito Lattanzio.»
Ma Lattanzio si gonfia d’ira e urla: «Questo Lattanzio non sa chi sono io! gliela faccio vedere!» e scrive una lettera «all’onorevole Vito Lattanzio, segretario commissione personale. Io, onorevole Vito Lattanzio, in qualità di presidente della commissione ricorsi personale della Camera, revoco il provvedimento da lei preso contro l’onorevole Lattanzio e anzi lo eleggo vicesegretario della sua commissione. Distinti saluti — onorevole Lattanzio.»
Ma le lettere di licenziamento continuano e colpiscono, poco alla volta, tutti i ministri. Invano i dirigenti delle Partecipazioni statali vantano utili di miliardi, invano Gava piange e dice «dopo trent’anni di onesto lavoro!», invano i generali invocano ulcere e i ministri amnesie. Tutti restano disoccupati, e devono trovar lavoro dove capita. Fanfani dipinge madonne per la strada, Zaccagnini fa Sandrone in un teatro di burattini, Piccoli il correttore di bozze. Rumor l’attore, Almirante mette su una palestra di karaté. Seimila licenziamenti alla Rai. Paolo Grassi è costretto a trasmettere da una radio libera, tutte le notti, un programma di musica lirica che comincia con le parole «ok ragazzi, che forte questo Placido Domingo.» Diecimila licenziamenti di generali golpisti, burocrati, mafiosi, finanzieri disonesti, giornalisti spia, galoppini di partito. Tutto il Sid emigra a cercar lavoro in Germania. Anche al Vaticano, un giorno, la fatidica letterina. Sua Santità sospira, fa la valigia e parte per la parrocchia di Montevolo. L’economia, intanto, migliora a vista d’occhio. Nelle sedi degli enti, nelle ville con parco, nei convitti, entrano i senza casa. I Crociani, i Torri e i Sindona non devono neanche più spendere i soldi dell’aereo per scappare, perché già son fuori dai piedi. Tutti sono contenti. Ma non è vero. E’ tutto finto. I padroni dicono: «Via, tutto come prima, è tutto uno scherzo che abbiamo fatto ai carabinieri per vedere se facevano il golpe. Ma cosa vi eravate messi in testa?» Tutti tornano al loro posto.
Come vedete, la fantasia da sola proprio non ce la fa. Ma proviamo a immaginare ancora. Duecentomila lavoratori, proprio quelli che normalmente nella realtà vengono licenziati, vanno in cassa integrazione, rischiano la vita sul lavoro, e con loro i disoccupati, i senza casa, si trovano tutti insieme in una città. E dicono: se poche persone, che non è poi che lavorino tanto bene, possono licenziare migliaia di lavoratori, perché duecentomila lavoratori veri non possono neanche licenziare una persona sola? Contano proprio così poco? Sono loro che sono «superflui», quando l’economia è in crisi, o qualcun altro? E se gridano forte che non ci stanno, cosa si fa, si licenziano tutti? Duecentomila sono tanti, anche se ci sono compagni che per la lotta di classe preferiscono il numero chiuso. Una città piena, duecentomila voci, hanno o no il diritto di essere ascoltate più di qualche statistica truccata o di qualche ladro in difficoltà?
Chissà che oggi non succeda l’impossibile. Cominciamo a licenziare anche noi. Fuori lo slogan:
Facciamo un altro disoccupato
governo Andreotti sei licenziato
E non preoccupatevi per questi poveri ministri se restano senza lavoro. Qualcosa da parte, per la vecchiaia, in questi trent’anni, l’hanno già messo.