Stefano Benni presenta... L’ululato - n.15

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Fuori onda

Scena: la basilica di San Pietro. Una strana sagoma avvolta in un mantello nero striscia fino ai confessionali. Si toglie il mantello. E’ il premier Berlusconi. Si mette un cuscino sotto le ginocchia e accosta il volto alla grata.

— Padre, mi devo confessare.
— Parli pure cavaliere: ancora quella storia delle escort?
— No padre, quella è roba da niente. Mi sta capitando qualcosa di molto più grave.
— Non si preoccupi. Se le leggi degli uomini prevedono indulgenze e scappatoie, anche la legge di Dio perdona. Diciamo che una bella offerta alla Opus Dei vale quasi come un lodo Alfano.
— Qui non è il solito bieco complotto di altri, stavolta il problema è dentro di me.
— Non capisco... plane et aperte loqui, nec de re obscura...
— Non parli come una toga rossa. Padre. Io ho scoperto che... che...
— Ebbene parli pure presidente, non esiti, si liberi del suo avviso di garanzia celeste, del suo peso, insomma.
— Io ho scoperto... di essere comunista... nel senso peggiore del termine... direi quasi... stalinista, ecco.
— Ma è impossibile!
— E’ un incubo. E’ cominciato tutto con Putin. Lei non lo conosce, è un figo irresistibile, un vero leader, lui sì che può fare tutto senza rendere conto a nessuno. Ad esempio non dice “frequento casualmente le escort” dice proprio “sono un puttaniere”. Lui i giornalisti rompiballe li fa star zitti davvero. Lui fa patti con la mafia e nessuno gli chiede perché, mentre a me mi mettono in croce. Insomma, quando vado in Russia e mi metto il colbacco fino ai piedi, mi sento a casa e non vorrei più venire via.
— Ma io pensavo che le piacesse l’Italia.
— L’Italia è un paesucolo irriconoscente che non sa riconoscere la mia grandezza. Putin è come me, viene dal mondo del lavoro, ha mandato avanti un’azienda con milioni di impiegati, il Kgb. E’ un uomo generoso, mi ha regalato un letto a tre piazze, anzi come ha detto lui, a tre piazze Rosse. E’ un leader pieno di humour e non deve spiegare le sue battute come devo fare io in Italia. Ma soprattutto lui e gli altri dittatori dell’est hanno il consenso popolare congelato. Come dice giustamente il compagno Napolitano, se hanno la maggioranza, nessuno li tocca. Ma anche se hanno la minoranza, o un trenta per cento come me, nessuno può rimuoverli. Possono anche truccare le elezioni, se vogliono. Lì l’immunità è una cosa seria. E hanno quei bei mausolei, quelle statue gigantesche, come piace a me...
— Eppure una volta ce l’aveva a morte con loro.
— Si padre, ma in realtà io ce l’ho con tutti quelli che contestano l’intoccabilità divina del mio potere. Li chiamo comunisti, ma andiamo, non ci crede più nessuno. Il vecchio comunismo io l’ho studiato, era un’azienda seria, una holding di potere efficientissima, senza tempi morti, e camere e senati e Fini e Casini tra i piedi. Avevano una formidabile polizia segreta, mentre io mi devo accontentare di qualche giornalista spia. Gli intellettuali si potevano strozzare e nessuno diceva niente. Un solo partito monolitico e nazionalista del nord-est, altroché l’appoggio della Lega. Mentre io devo fingere di essere democratico, è uno sforzo che mi spossa...
— In effetti lei mi sembra un po’ stanco...
— Stanco? Non ne posso più. Ma guardi se Stalin aveva i miei problemi con le donne! Mica doveva versare gli alimenti alla moglie. E se aveva un alleato infido chiamava Berija e trac, sistemato. Io chi mando a sistemare Fini? Bondi che lo tortura con le poesie?
— Cavaliere, lei sta dimenticando che il comunismo era ateo...
— Certo, e infatti non si perdeva tempo ogni giorno coi problemi della libertà di coscienza e le staminali e il crocefisso e i matrimoni gay, che palle. Il futuro è a est, padre! Il futuro è dei Lukashenko, dei Topolanek, di Aliyev e Nazarbajev. Veri virili tirannelli che non devono rendere conto a nessuno, nemmeno, scusi, a voi del Vaticano.
— Ma che eresie dice!
— Padre la Russia è il paese per far soldi! Lì hanno il gas. Io vado pazzo per il business del gas. Quei meravigliosi gasdotti, li voglio tutti. Altroché ponte di Messina, io faccio un ponte-gasdotto dalla Sicilia a Berlino. E da lì, abbiamo davanti solo la Polonia...
— Questa l’ho già sentita.
— Insomma, cosa dovrei fare? Il mondo non mi ama. L’America ha eletto un negretto che ce l’ha su con ogni forma di privilegio economico, i giornali europei ci sputtanano ogni giorno, la Cina con la pena di morte ci batte in sicurezza, il Giappone sta comprando le televisioni di tutto il mondo e tra poco dovrò sostituire Minzolini con una geisha. Ci resta solo la gloriosa Russia erede dello stalinismo, nuova culla del capitalismo. La Russia dove la povera gente è bastonata da anni, abituata al freddo, alla fame, alle sofferenze. Non hanno tante pretese come da noi. Da loro se hanno due milioni di disoccupati, neanche ci fanno caso. E poi hanno il calcio migliore, il Chelsea di Abramovic e le squadre siberiane giocano meglio del Milan. No, padre è ora di cambiare!
— E cioè?
— Uscirò dalla Nato e chiederò l’annessione alla grande madre Russia. E fonderò in Italia il partito unico obbligatorio, il partito berluscevico. Ho già un programma: Fini e Di Pietro in manicomio, chiusura dei giornali, dei sindacati e un milione di betulle al posto dei tribunali. Finalmente il mio grande destino sta per compiersi! Maledetti ingrati, non mi scaricherete! Io Silvio il piccolo padre, lo zar, l’uomo di acciaio...
— Lei ha le idee confuse, si calmi...
— Non parli così, o dovrò considerarla un disfattista al servizio della controrivoluzione internazionale. Il partito berluscevico farà giustizia dei traditori come lei. La mando a fare il parroco a Omsk o a Imola. La strozzo con le mie mani!
— Quand’è così la assolvo.
— Grazie padre. Allora, posso far fuori Fini?
— No.
— Posso mandare i carri armati contro il B-day?
— No, si faccia insegnare le nuove strategie di piazza da Putin.
— Lei è veramente un ottimo consigliere. Allora da domani io sono ufficialmente lo zar Berluskonovic. Io ho fatto molto contro i comunisti, quindi posso anche essere un po’ comunista, io ho fatto molto contro la mafia, quindi...
— Basta così cavaliere, il suo tempo è scaduto. Dopo di lei c’è Rutelli, quello parla per tre ore e mezzo. La assolvo. Tre pater tre ave e tre milioni di euro sul nostro conto a Ginevra. Vada con se stesso.
— Grazie padre. E’ bello sapere che c’è un luogo ove confidarsi senza trovare sui giornali o in video tutto quello che hai detto. La ringrazio di avermi ascoltato, padre... posso sapere il suo nome?
— Padre Registro... dell’ordine dei Beati Microfonati.
— Che strano nome. Beh, arrivederci, anzi amen, anzi dasvidania.

Il cavaliere se ne va. Dal confessionale escono due tecnici con telecamere e registratori, e un sacerdote trionfante, che subito parla al telefonino:

— Santità? Santità? Buone notizie. Anche noi, finalmente, abbiamo un fuori onda!

( 4 dicembre 2009 — Numero 15 )